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La Storia i conti li fa sempre con i suoi personaggi, quelli che il destino crea e poi distrugge. Ma certo, pensare oggi al “J’accuse” che Roberto Calderoli formulò, novello Emile Zola, contro Mario Monti per via di una cena di fine anno con la sua famiglia a Palazzo Chigi non fa ridere, fa sganasciare fino allo sfinimento.

E allora ripercorriamo quella ridicola vicenda, cercando di non schiattare per le risate. La battaglia sui costi della politica si combatte all’ultima lenticchia, chiosava con il dovuto sarcasmo un articolo del “Sole 24 ore” il 4 gennaio scorso. Ma cos’era successo? Roberto Calderoli, ancora ignaro di cosa sarebbe piombato sulla Lega di lì a tre mesi in fatto di sperperi di denaro pubblico, formulò un’interrogazione parlamentare per chiedere conto al premier Mario Monti di una cena di capodanno trascorsa nella residenza di Palazzo Chigi, alla quale avevano partecipato (udite! udite!) il figlio e la figlia, con i rispettivi consorti, una sorella della signora Monti con il coniuge, i quattro nipotini del premier. L’inflessibile Torquemada padano del rigore pubblico voleva sapere come mai c’era tutta quella gente ospite della residenza governativa per un totale di quattro ore e un quarto (dalle 20 del 31 dicembre alla mezzanotte e un quarto del nuovo anno) e chi aveva pagato le spese della cena, quelle del personale in servizio la sera dell’ultimo dell’anno.

Lo staff del premier rispose che "gli oneri della serata sono stati sostenuti personalmente da Mario Monti" e gli acquisti "sono stati effettuati dalla signora Monti a proprie spese presso alcuni negozi siti in piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie)".

Monti ringraziò il Torquemada padano, asserendo che "anche a suo parere sarebbe inopportuno e offensivo verso i cittadini organizzare una festa utilizzando strutture e personale pubblici". Non del tutto soddisfatto dalla precisione della risposta, il Calderoli ribatté che la toppa era peggio del buco, perché il premier aveva confermato che, nella residenza governativa, c’era stata una festa privata a spese della collettività e che avrebbe verificato se fosse comunque presente del personale stipendiato dallo Stato, e chiedeva ancora se Monti fosse al corrente "di quanto costa tenere aperto Palazzo Chigi, con tutto il personale conseguente, incluso quello relativo alla sicurezza".

Già, ci viene da aggiungere ora, sapeva Monti quale sperpero di denaro pubblico avevano causato il cotechino e le lenticchie mangiate da lui e dai suoi ospiti a Palazzo Chigi? Erano costati più del sindacato padano fondato da Rosi Mauro? O forse meno delle spese della famiglia Bossi, compresi i diplomi dell’augusto figlio, onorevole regionale signor Trota? E che dire del fatto che i dieci ospiti della sera di capodanno del 2011 si erano pure seduti sulle preziose sedie di Palazzo Chigi, comportando ciò un indubbio logoramento dei tessuti di cui sono rivestite, quando le medesime devono servire unicamente alle terga di Stato, magari quelle assai ampie del medesimo Torquemada padano?

Domande che sono rimaste, fino ad ora, senza risposte. E che gettano un’ombra sulla tenuta dei conti pubblici italiani, falcidiati e corrosi dagli stomaci ingordi della famiglia Monti, mentre i guerrieri padani si accontentano di bere l’acqua del Po e di usufruire dei pochi benefici che la Tanzania è in grado di fornire ai capitali prelevati da “Roma ladrona”.

Ma fin quando avremo un mastino come Roberto Calderoli, potremo essere sicuri della tenuta del bilancio statale. Grazie di esistere.

simansi_flociero

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Taken on April 8, 2012