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Untitled | by pollu_it
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Fra Rimini e Cesenatico, google sostiene che ci siano poco più di 23 km di superstrada. Non è dato sapere quanti kilometri ci siano fra le due città se, invece della superstrada, tu intenda passare dal mare, fra strade senza nome, campi sterminati, posti sperduti, il tutto a bordo di una bicicletta.

 

Dal porto di Rimini, volgendosi a sinistra, è possibile inquadrare un mare di alberghi, piccoli agli occhi, bassi e tozzi. E via via scorrendo lo sguardo all'orizzonte verso destra, ti appare un punto esclamativo: il grattacielo di Cesenatico. Alto e sottile, quello sarà il mio primo obiettivo.

 

Alle 6 e 50 di ieri mattina, Sara Giacomo e Chiara sono partiti per la montagna. Dopo esser risalito in casa, ho girovagato per il buio generato dalle persiane chiuse. Mi sono steso dal lato sbagliato del letto con la sola schiena appoggiata sul materasso e sono stato lì per un po'. Ad occhi aperti.

 

Poi mi sono alzato e ho preparato lo zaino, in silenzio nel silenzio.

Una felpa. Un telo. La canon. Due obiettivi. Portafoglio. Chiavi. Cellulare. Auricolari. Maglia di ricambio. Nastro isolante.

 

Poi ho indossato un costume, una polo bianca, i miei sandali "Teva". Lenti a contatto e occhiali da sole.

 

In garage sistemo col nastro isolante un pezzo della bici (con tanto di seggiolino) che era rotto. Infine, prendo tutto e parto.

 

Raggiungo il mare e giro a sinistra e inizio a percorrere la strada in direzione del punto esclamativo.

Musica nelle mie orecchie e una tappa del campionato italiano di beach volley nel futuro dei miei occhi.

 

Di tanto in tanto mi fermo, tiro fuori la macchina e scatto.

Di tanto in tanto canto, anche ad alta voce, fra gli sguardi stizziti degli anziani che attraversano la strada per andare al mare. Alle 8.

 

Quando non devi essere marito, padre, quando non devi essere amico, quando non devi essere lavoratore, nipote, figlio, in pratica quando sei da solo, solo in quell'occasione tu sei propriamente te stesso.

Solo in quel caso: ipocrita chi pensa il contrario.

Ovvio che pezzi di noi siano sempre intercettabili in ogni nostro "ruolo", ma solo quando sei da solo, sei come propriamente sei.

 

"Quaaandooo t'ho viiiiista arrivaaaaaare, bella così... come seeeiiiiiii non mi sembrava possiiiiiibile che.... fra tanta gente che tuuuuuu t'accorgessi di meeeeeee" Ad un tratto Gino Paoli mi mette un po' in difficoltà, ma il mare, il vento e qualche buono scatto nella macchina fotografica, mi destano dai tristi pensieri e portano a concentrarmi su ciò che ho oggi, e non su ciò che mi manca.

 

Procedendo nel cammino mi stupisco della mia velocità raggiunta e dell'assenza di dolori alle gambe. Oramai è un'ora che "viaggio" e tutto pare andare bene.

D'un tratto la strada che costeggia il mare "finisce", senza però che io sia arrivato al grattacielo. Sono dunque obbligato a rientrare nell'entroterra e un pensiero mi balena nella testa: se fossi equipaggiato meglio il tutto sarebbe stato ancor più semplice.

 

La mia sistemazione alla bici? Regge benone, grazie.

 

Supero un tizio che ha lo stesso buon profumo di mio zio Gianni, e sorrido fra me, pensando per un attimo a lui.

 

Per non solo quale strano motivo, ad un tratto, mi perdo. O meglio, a me piace pensare così.

Di fatto è impossibile giacché il mio iphone avrebbe potuto portarmi nella direzione giusta in un solo secondo. Ma proseguo senza fretta, libero nello spazio e nel tempo, e trovo la strada che mi riporta nella direzione giusta. Posti sperduti che manco a impegnarsi si possono immaginare.

 

La fatica si fa sentire, e il vento contro, sebbene non fortissimo, rende ogni pedalata un pochino più pesante del dovuto.

 

Ora sono sulla "statale vecchia", poco frequentata dalle auto e ben più sicura per un ciclista in polo bianca e sandali "Teva". Per non so quale strano motivo le strade create dall'uomo hanno salite e discese nonostante sia l'arrivo sia la destinazione siano entrambe a zero metri sopra il livello del mare.

 

Ma è proprio mentre mi alzo sui pedali per l'ultima salita sul cartello "Cesenatico" che provo una sensazione forte e bella. Con lo sforzo che aumenta assieme alle gocce di sudore, ho la strana sensazione che il volume della musica dall'iphone si sia alzato da solo! Una sensazione simpatica, forse dettata dall'obiettivo oramai alle porte e dallo sforzo della salita che per magia è strettamente correlato ad uno stato di felicità dovuto al superamento dello sforzo stesso.

 

Che odio: Felicità come superamento dello sforzo. Come se uno fosse necessaria per l'altra. Bleahhh

 

Nelle vicinanze di Cesenatico, quando ancora percorro strade interne, una baita di montagna completamente in legno si distingue dalle altre casette in stile "vacanze al mare". E rido, e sorrido fortemente e penso: a volte basta andare a 30 km da casa per vedere cose bizzarre sul mondo.

 

Giunto al grattacielo sono felice. Non so dire quanti chilometri abbia percorso, ma sono senza dubbio felice.

 

Proseguo oltre, vado alla ricerca del porto per parcheggiare la bici e godermi il mio torneo.

 

Mi bagno i piedi al mare, e a testa sotto l'acqua dolce della doccia, e dopo poco rivolgo la mia prima parola del giorno: "un cappuccino, una bottiglietta d'acqua e una brioche vuota, grazie". Sono circa le 10,15.

 

Durante il torneo incontro una coppia di amici che in15 minuti ha raggiunto i campi con lo scooter. Con loro trascorro assieme il pranzo e buona parte del tempo in tribuna in compagnia fra una partita e l'altra. Poi loro tornano a casa e io proseguo da spettatore a guardare fino alla fine del torneo.

 

Alle 17:00 una nuvola proveniente da nord, grossa e scura, fa breccia all'orizzonte avanzando lenta. La direzione della nuvola va verso Rimini e alla fine della finale, ore 18:15, è proprio sopra di me. Il rischio di prendere la pioggia, aumenta.

 

Intanto la stanchezza e il sole sulla mia pelle mi spinge a indossare una splendida felpa rossa. Un accenno di freddo sento giungere da lontano. Mi faccio un paio di autofoto mentre il fiume di gente umana lascia la spiaggia.

E poi mi incammino.

 

Il ritorno è più breve e analizzo il motivo.

 

Ciò che viviamo oggi, attenzione, è influenzato dal futuro a breve. O forse non è solo influenzato ma é il futuro a breve. Altre volte sono stato da solo ma mai avevo la proiezione di un tempo così lungo innanzi a me.

Quando in passato sono stato solo avevo sempre qualcuno a casa che mi aspettava, o al massimo il giorno dopo. Mai un tempo tale da rendere ciò che stavo vivendo davvero così forte.

 

Ho pensato, fra una pedalata e l'altra, che nell'ultimo giorno di prigione di un detenuto, questi è già libero.

Ho pensato, che l'ultimo giorno di vita di un condannato a morte, questi è già morto.

E' il futuro a breve che dà il titolo al tuo oggi.

 

Se a casa avessi avuto la mia famiglia ad aspettarmi, ciò che ho vissuto ieri, sarebbe stato tutto diverso. Né meglio né peggio.

E' solo grazie al fatto che ho davanti a me diversi giorni senza di loro, solo per questo, che ho potuto vivere pienamente la tipicità della giornata di ieri.

 

Il ritorno è stato più breve si, più veloce ma molto più faticoso. Un vento contro da raffiche paurose osteggiava il mio cammino.

La pelle cotta e il freddo e il caldo che si susseguivano, rendevano il mio viaggio sempre più duro. Esponenzialmente più duro.

 

Arrivato nei pressi di casa, a pochi chilometri, riconoscendo ogni singolo albergo alla mia vista usuale, le gambe dure procedevano a fatica contro un vento che ho maledetto nel vero senso della parola.

 

A casa un calda doccia, una polo blu, un bermuda beige e scaricamento di foto.

Poi, di corsa fuori, alle otto, per una cena freddolosa ad un ristorante col mio amico giacomo.

 

A casa, una notte profonda, silenziosa, interrotta da una sosta autonoma alle 4,30.

Circa 50 km nelle gambe, affrontate in sandali, polo e costume.

 

Ho riempito lo spazio fisico,

ho riempito il tempo di una domenica bestiale,

ma non tutto è stato possibile riempire.

 

E' stato comunque davvero molto bello.

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Taken on July 25, 2010