I Santillana "Indizi"
Le Stanze del Vetro Venezia Isola di San Giorgio Maggiore
I Santillana - Opere di Laura de Santillana e Alessandro Diaz de Santillana 6 aprile - 3 agosto 2014

I Santillana. Quando lasciata Venezia si giunge a San Giorgio Maggiore, sede dell’antichissima abbazia benedettina, non si può non cogliere il diverso stato del vivere in quella sacra isola. L’enorme interno della chiesa del Palladio mi pare uno spazio a disposizione di Dio per dare udienza al popolo della repubblica. Il suo vuoto netto sembra conciliare con il dovere di ogni uomo di lasciare ciò che è superfluo, perché impedisce il colloquio con Lui. Così in questa atmosfera che permea tutta l’isola che guarda a San Marco, alla punta della dogana, a Venezia, ci accorgiamo che ciò è avvenuto realmente è che le incombenze della vita sembrano per incanto svanite, sostituite da innocenti pensieri, attinenti al migrare, all’ intimo, alla relazione con Dio e le cose celesti. Non c’è spazio per gli affari e gli intrighi ma per essere nella pace e nella luce.
Questo stato d’animo si espande visitando ‘Le Stanze del Vetro’ con le opere di Laura e Alessandro Diaz de Santillana due artisti che ‘creano’ con il vetro.

E anche se il vetro è pur sempre solamente una sostanza, un artificio della natura, in qualche modo esso riflette e permea più di ogni altra materia lavorata dall’uomo con la provvisorietà della sua forma, ‘come congelata’ , l’istante della sua mutazione, proprio e solo in quel momento, senza più avanzare o ritornare indietro.
E’ il momento dove tutto ciò che era non è più.
Una disponibilità dunque di chi lavora il vetro ad “affidarsi”, non prima di aver compiuto una profonda concentrazione per “essere” e non per vedere, per “sentire”, e dunque ri-conoscere ciò che il rituale permette di trasformare. Ecco, a me pare che la prima parola su cui riflettere sia proprio questa: TRASFORMARE.
Semplificando ovviamente si potrebbe dire: cosa è il vetro in fondo se non un po’ di sabbia, ‘silice’ e un po’ di minerale, e il gioco è fatto. Eh No! Signori miei, non è creta, nè ferro, nè altra materia… è soffio! Ed è in quel soffio che si racchiude la ‘magia’ dell’opera, il suo dilatarsi, il suo espandersi e il prendere forma ancora ‘elementare’. Il rituale dei passi, delle prese (come un danzare), dei movimenti e oscillazioni, o le rotazioni delle mani con la canna che è tramite fra cuore, polmoni e bocca, soffio nello spazio che determina stabilisce direzioni,
involuzioni, cadute. Non c’è tempo per ‘chiacchere’ né per riflettere, ma solo per intuizioni folgoranti, per sospensioni altrettanto drastiche talvolta anche dolorose, perché pongono poi in taluni casi dubbi. Perchè in questo ‘fare’ non ci può essere compiacimento ma solo essenza.
Il vetro ha così la necessità, per venire ‘alla luce’ come forma, di ‘muoversi’ fra ferrea disciplina e profonda interiorità.
Una ‘danza’ per iniziati, sciamanica.
Mi pare detto ciò che il luogo dove si possono ‘vedere’ le opere dei Santillana sia, per essenza ed energia, sinergico al loro fare e in esso si manifesta, complice le opere, anche il loro rispetto per la bellezza ‘profonda’, non estetica, non recitata, ma vera.
Ora entriamo e in silenzio, osserviamo. Danzare, volare, interagire è ciò che spontaneamente vien voglia di fare al di fuori de’ la Rue che è un ponderato passaggio.
(O come dice Martin Bethenod:…”è la spina dorsale della mostra e la attraversa da parte a parte”) Questo è quel che si evince, ed è il secondo punto chiave che fa riflettere. Questo ‘dipendere’ delle opere da un contesto così ‘pensato’, sottolinea e marca la relazione del vetro con lo spazio e la luce, e anche ciò che ‘restituisce’ dello spazio in cui è collocata. Altra sottigliezza: mentre le opere di Alessandro Diaz (specchi?), superfici che sono ‘parete’ nella parete, posti all’orizzonte all’altezza delle persone deambulanti, quelle di Laura si collocano e si muovono su vari piani, sono sicuramente espressione di una condizione di grazia, di sensibilità femminile, ma anche in qualche modo cercano di riproporre un percorso visivo che Laura rifà per renderci partecipi di quei momenti vissuti in fornace, in quel nascere e muoversi dell’oggetto nello spazio.
Queste prime ‘osservazioni’ pongono delle riflessioni. Sa la sabbia e il fuoco, elementi primi, hanno costituito di fatto l’oggetto, l’aria ne ha determinato per così dire la vita, la crescita, la sua conformazione. Allora il vetro in qualche modo elude la materializzazione, si propone ancora come ‘medium’ stadio di momenti, di passaggi, di improvvisi atti introspettivi, quel fermarsi o desistere come ho già detto è via senza ritorno, è ritorno alla materia, alla sola pura materia. Cosa mi pare allora che contraddistingua il lavoro di questi operatori, rispetto il consueto? La loro volontà in qualche modo di poter comunicare con le loro opere non solamente il momento della ‘morte’ dell’elemento ma quello di una “auto-vita” che sopravviva come per inerzia, un momento “che vuol vivere”, quello che loro come ‘creatori’ hanno intercettato e ne sono stati protagonisti.
Questi vetri sono venuti alla luce non in una spiaggia con un fuoco di fronte al mare per caso, per ‘dono divino’, ma in una fornace e sono un loro dono a tutti noi.
Non capisco cosa vuole dire Marie-Rose Kahane quando asserisce che “il visitatore diventa l’ascoltatore”. Io preferisco parlare in termini di ‘comunicazione’, perdonate la parola, meglio dire ‘condivisione’. Oggi alle persone bisogna dare la possibilità di interagire: negli spazi espositivi d’arte i due Santillana con le loro opere che fra loro talvolta interagiscono (ognuno a suo modo) già lo fanno, il resto poi è provocato dai visitatori. Le ‘opere sono lì, per quello forse ‘parlano’. (sarebbe interessante sentire cosa dicono le persone, vedere che linee di percorso seguono, quali sono i momenti di fermo etc.) Forse metaforicamente in questo senso Marie-Rose Kahane pensava all’ascolto?
Ma torniamo un attimo indietro, queste opere per Laura non sono vasi, e per Alessandro Diaz non sono specchi anche se cosi si potrebbe pensare. Vediamo quindi in entrambi i casi due ‘cose’ che sembrano o assomigliano a qualcosa di consueto e che non lo sono. Ne parleremo. Inoltre quella apparente non funzione o utilità è proprio l’indizio decisivo per consentire al fruitore di comprendere che non si ha di fronte un oggetto di design e nemmeno una scultura o altre cose ‘banali’, ma una entità - oggetto che vuole, intende comunicare ‘memoria’. Memoria di ciò che si è, di ciò che si è rivissuto, una sintesi che è apparsa nel fuoco che si è materializzata nell’aria e in quegli atti ‘sciamanici’ ha ri - trovato il segno che ‘significa’. D’ altro canto, dalla biografia si desume la vocazione di Laura nel ricercare la ’memoria’ propria di chi vuol sapere da dove viene, e forse comprendere dove va, quando giovanissima, e per questo ancora in un periodo della vita pieno di entusiasmo, di ‘innocenza’, decide di lavorare per salvare il salvabile dell’onorevole materiale rimasto e non portato via dal fuoco nella azienda del padre. Il dolore provato doveva essere forte e lei, con amorevole dedizione dedicandosi alla cura di chi era ancora ammalato, parlando di pellicole, documenti ecc.., lei faceva del suo. Curava guariva.
Lì in quel materiale c’era la ‘memoria’, almeno una parte.
Perché parlo di questo? Perché, proprio nel momento in cui Laura ha intrapreso la sua attività ‘artistica’ , penso che ella abbia iniziato un percorso di pacificazione con se stessa, nel comprendere che quel primo dolore, a cui seguirono altri e ben più forti, tutti contribuirono in modo fortissimo a dar vita al percorso che la ha portata sino ad oggi. Tutto quanto di ‘duro’ che l’aveva colpita altro non era che la chiamata verso la consapevolezza: guardare le cose non per quello che appaiono ma per quello che sono. Se sono ammalate io le curo, pare possa essersi detta in quel giorno lontano.
Come?
Con il coraggio dei nostri atti, in questo caso affrontando, i processi nel loro divenire, dando vita a esperienze per ‘far nascere vetri’. Questo conferma che il ‘dolore’ quando è accolto e circostanziato, si trasforma in nuova energia di vita.
Ecco perché Laura non fa vasi, non vuole contenere nulla perché nulla c’è da contenere, lì di fronte a noi c’è tutto, anche l’aria, soprattutto l’aria. L’aria che ci contiene. Ritornando per un momento indietro, se la trasformazione è il senso, forse come non mai un artista si è spinta tanto in là nell’ambito del vetro da relazionarsi con lo spazio puro, non un luogo in senso fisico ma l’aria. Un ritorno ai primordi a quella dell’ origine. Infatti è dimostrato quanto asserisco perché le forme nell’aria appoggiano in un’ apparente equilibrio, instabile, solo perché il piano è piano ma se fosse appoggiato sulla sabbia, o su di un materiale non rigido, la minima variazione di inclinazione non avrebbe importanza, non ci sarebbe più la necessità di stabilire un equilibrio non equilibrio. Laura ci fa sentire quanto è instabile (metaforicamente tutto) proprio ponendo l’opera in quel modo, appoggiandola ovviamente, riducendo all’estremo l’area di aderenza sul piano. La si può ruotare per 360° e nel suo movimento, in questa riduzione dell’area geometrica dell’oggetto sul piano verticale, si percepiscono e si apprezzano le variazioni cromatiche rispetto la fonte luminosa.
Ad un certo momento avviene una cosa naturale’, ma sconvolgente, perché pregna di significato, ciò che prima era spazio - superficie ora nell’estrema vista di fianco, diviene segno. La pura cromia di quel segno mostra e investiga su ‘tutta’ l’incertezza della forma ma in questo modo ne rivela il carattere e la sua forza. L’oggetto si propone all’osservatore come ‘indizio’ per investigare ulteriormente sull’energia, sul moto delle cose sulla loro precaria instabilità ma anche sulla necessità di maturare un dialogo con noi stessi attraverso l’osservazione. Lo sguardo infatti passando dalla trasparenza o semitrasparenza (le due lunghezze per intenderci) al lato ‘oscuro’, non scrutabile, perché compresso, trascende l’oggetto, per restituirci nella contrazione delle aree percettive la ‘memoria’. Un indizio fortemente voluto non estetico. Conosciuto. Nelle ultime opere Laura tende con chiarezza a definire nell’oggetto una stabilità che si avvale di due momenti, una base che insiste sul piano dove appoggerà, per poi con una curvatura della materia vetro, proseguire nell’aria in verticale determinando un ‘nuovo’ equilibrio. I colori vibrano nel loro limite superiore e come bocche che respirano sono leggermente schiuse. Quel passaggio è un nuovo indizio su cui riflettere, non più uno stare in piedi, ma un ‘voglio che stia in piedi’. La materia quando si eleva in quei segni -vetro ci fa scorgere le impalpabili sofferenze della nascita e della successiva evoluzione. I due lati, sembrano in qualche modo relazionarsi e quasi connettersi fra loro, l’aria che circola è costretta in spazi ridottissimi e proprio per questo in quella trasparenza possiamo cogliere meglio la reciprocità di spazi, di confini e relazioni. Per Laura il ‘dolore’ è suntuoso, ricco, intenso, vivo, fa parte della vita, ed ella dimostra una forza ignota ai più, gli si fa incontro perché si è scrupolosamente preparata, vuole esserci nel momento della riconciliazione - TRASFORMAZIONE.
Nelle apparenti semplici geometrie delle composizioni si prova che lo spazio, non tanto l’oggetto, è il principio di ogni dinamicità, e concludo: Laura ha dimostrato e condiviso nel suo mostrare oggetti qui a San Giorgio Maggiore che la disciplina è l’unica via perché i ‘sogni’ si avverino, che è indispensabile andare incontro alla vita con coraggio e far confluire in azioni i propri talenti. Un percorso di guarigione di noi stessi e di aiuto per gli altri.
Sulle teste un pensiero, esse mi paiono come lava di vulcano, dense, lucide - opache, con trasparenze e segni quasi impercettibili. Buie, eppure pura luce, nobili ma pesanti, abbandonate casualmente al loro destino di teste sopra un piano, commuovono e producono rispetto.
Come per Laura anche su Alessandro Diaz pesano gli accadimenti relativi alla perdita: infatti egli ci mostra come il suo sguardo sia filtrato dallo specchio che non è uno specchio qualsiasi, è il suo specchio, come un occhio di un insetto che attrae su di se molteplici porzioni di immagini dell’esterno, mentre l’osservatore nel suo percorso è spettatore di variazioni ottiche dinamiche che non desistono dall’inventare forme. Esse non rappresentano necessariamente qualcosa di preciso ma creano indizi. Assistiamo così a variazioni sia sostanziali sia strutturali che cromatiche dei vari supporti che riflettono l’intorno.
Le geometrie delle ‘tavole plananti’ lo amplificano, lo destrutturano, lo moltiplicano, e vanno a cogliere dettagli e parti di insieme restituendoli nella nuova composizione che conferma la volontà di Alessandro Diaz, di non essere interessato tanto alla riflessione ‘logica’, ma a quella ‘alchemica’, filtro percettivo alla ricerca di ciò che si vuol vedere.
Ripeto, egli pone i suoi occhi all’altezza dei nostri, la percezione è sull’orizzonte,
in quella linea dinamica ci si incontra.
Anche Alessandro Diaz segue un percorso che destrutturandosi porta a ‘costruire’ conoscenza. E se ad esempio l’opera “Senza titolo, (MARIE) 2005” sembra quasi trattenuta da ‘corpi scultorei’ d’epoca preistorica (non finirò mai di apprezzarli per
la loro bellezza), le altre opere invece nella loro forma si sottraggono alla percezione ‘statica’. L’osservatore- spettatore è necessariamente proiettato a costruire sequenze visive e il fraseggio che ne deriva, ogni volta diverso, contribuisce a determinare il ritmo dello sguardo vivace, lento, forte, piano, dipende. Come lettere separate per costruire una parola o una frase o anche toni musicali che alludono e che conducono a un significato. Sembra di essere in presenza di una dimensione ‘ufologica’ tipica del mondo degli alieni, perché il vetro evoca che l’opera possa essere realizzata con materiali non terrestri ma lunari o marziani. Se nel primo caso ci si potrebbe aspettare di veder apparire un animale o un dio sotterraneo, nei secondi i segni sulle superfici delle opere potrebbero essere dei messaggi da decifrare. Messaggi che rivelano l’utilità anch’essi di riflettere sul perché guardiamo e come interagiamo con lo spazio, e che richiedono una risposta. Ho sentito silenzio nelle stanze ma con un timbro lieve della voce ho sussurrato suoni - parole sconosciute e mi sono accordato con l’esterno e con le emozioni che fluivano in me.
Non si può rimanere a bocca chiusa o perlomeno non si può non ascoltare il proprio respiro, il battito del cuore. Se così estrema sospesa è la percezione, maggiore è la necessità di sentire che si è vivi. Nelle opere di Alessandro Diaz lo spazio è riflesso e contenuto, è apparentemente lo stesso che contiene l’opera. L’artista interagendo con le sue variazioni geometriche, lo restituisce con assenze, o presenze occasionali fortuite entro forme definite. Una contraddizione affascinante, come dire: vediamo - vediamo, pausa ve d i amo, mmm ve diam o. etc… All’infinito. Non ci si può guardare su quegli specchi infatti hanno l’unico scopo di indurci a guardare in noi, dentro di noi.
Ancora una osservazione, un indizio, nella stanza 1: l’opera, R2 di Alessandro Diaz contrapposta alle Teste di Laura, coinvolge lo sguardo rapito dell’incerta figurazione, insolita, fragile, e di ineffabile dolcezza espressiva, che mi è parsa priva di tempo, e ancora… per sempre nello spazio di R2, sottratta alla realtà per divenire metafora - memoria, e non più cosa.

Jean Paul De Mojrel, aprile 2014

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