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NON FATE STUDIARE ARCHITETTURA AI VOSTRI FIGLI | by maledetTO.Me
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NON FATE STUDIARE ARCHITETTURA AI VOSTRI FIGLI

Gianni Biondillo -

METROPOLI PER PRINCIAPIANTI -

Ugo Guanda Editore, Parma, 2008 - (more inside)

  

Cap.1 - Non fate studiare architettura ai vostri figli

 

(…)È il peggior investimento che potreste fare, quindi non fatelo. Vi ritrovereste con figli frustrati, incapaci di relazionarsi col mondo del lavoro: troppo tecnici per gli artisti, troppo artisti per i tecnici, ne carne ne pesce, insomma.

Se lo fate per il prestigio, meno che meno. Non esiste categoria più bistrattata, sfottuta, derisa: dai padroni di casa, dagli imprenditori edili, dai muratori, dagli ingegneri, dai geometri. Un incubo. Vi descriveranno gli architetti come inconcludenti, con la testa sempre fra le nuvole, come arroganti, omosessuali (se maschi), galline (se femmine), artistoidi, tecnigrafoidi, incomprensibili, insensibili, ipersensibili, arredatori, con pessimo gusto, con ottimo gusto ma cari, carissimi, costosissimi.

Lo volete cosi vostro figlio? Perché fargli questa cattiveria?

Tanto ve lo dico subito, il lavoro (di architetto intendo) non lo trova. A meno che non abbiate l'infinita pazienza di vederlo leccare i piedi nello studio di qualche affermato professionista per anni. Per dodici-sedici ore al giorno: a tirare linee, a disegnare sempre e solo scale di sicurezza o pozzetti d'ispezione, e tutto gratis o per un rimborso spese ridicolo, giusto il costo dei panini e della tessera mensile del tram.

(…) E allora si smette di farsi belli di cotanto curriculum e si cerca di tutto; tutto quello che capita diventa ossigeno: e si passa per studi di ingegneria, con i tuoi cugini del Politecnico (…) Che ti chiedono, come al solito, dato che te lo chiedono tutti da anni: «Ma sei un architetto d'interni o di esterni? »

(…): dal cucchiaio alla città, ti avevano insegnato in facoltà. L'architetto si occupa di tutto, dal cucchiaio alla città, come si può pensare che uno si fermi agli interni ed un altro si occupi solo degli esterni? (…)

Lo volete così vostro figlio?

Alle cinque del mattino, in fila fuori dal catasto urbano, (…) (li riconosci subito al catasto, gli architetti: sono quelli che leggono i libri. Gli altri, giustamente, se ne fottono: al massimo hanno «La Gazzetta dello Sport» sotto braccio). E FAI PENA. INUTILE GIRARCI ATTORNO: FAI PENA. (…)

Ma basta, insomma. BASTA! C'è da fare una lottizzazione selvaggia? Eccomi. C'è da demolire una cascina (le tue amate cascine che avresti rilevato mattone dopo mattone con una cura maniacale, per poterle conservare a futura memoria) per farci un ipermercato? Ci penso io. C'è una variante in corso d'opera da fare per mascherare un abuso edilizio? Dove si firma?

Stile? Linguaggio? Analisi urbana? Lettura del territorio? Qualità progettuale? Ecocompatibilità? Rispetto della memoria? Innovazione? Andatevene tutti a fare in culo!

Vivo in Italia, nel paese col più alto numero di laureati in architettura d'Europa e col più basso numero di opere edili progettate da architetti, ed ho una vita sola.

Voglio sposarmi, avere dei figli, non posso aspettare per tutta la vita. Il mio diploma di laurea è appeso nel cesso. Eccomi, Italia. Fa' di me quello che vuoi.

È questo, vi chiedo, quello che volete per il futuro dei vostri figli?

(…) lessi un'intervista a Vittorio Gregotti su un quotidiano nazionale. Il giornalista ad un certo punto chiese un consiglio da dare ai giovani che si accingevano ad iscriversi ad architettura. Gregotti rispose, lapidario: « Consiglio loro di scegliersi genitori ricchi ».

E io, figlio di morti di fame, come trovai arroganti quelle parole. Io, figlio di semianalfabeti, che rabbia furiosa mi montò nei confronti di quel trombone accademico. (…) Povero illuso, quanto mi sbagliavo. Perché Gregotti aveva ragione. (…) Fare architettura, in Italia, è innanzitutto un privilegio di casta. (…)

Altrimenti come mi spiego che di tutti i miei compagni di corso quelli che hanno iniziato a lavorare subito, appena laureati, erano (e sono) figli di industriali, ambasciatori, manager, avvocati e, ovviamente, stimati architetti? Ottime persone, alcune di grandi qualità intellettuali e progettuali, ma loro, appena appeso il diploma di laurea alla parete dello studio nuovo nuovo, hanno progettato le fabbriche per lo zio, o la villa al lago per la nonna. Loro, da ragazzini, andavano nel liceo giusto, e i loro compagni di classe nel frattempo sono diventati chirurghi, avvocati, dentisti, politici, manager. Cioè i loro naturali clienti. (…)

Insomma, non ostante tutto insistete? Davvero volete iscrivere i vostri virgulti in quelle bolgie dantesche che sono le facoltà di architettura italiane? Sì?

Be', allora fatelo. Fatelo davvero. (…) Perché è l'ultima disciplina ancora perfettamente rinascimentale, dove tutto rimanda ad un tutto. Di quelli che si laureano nessuno o pochissimi faranno la professione, ma tutti sapranno trovarlo un lavoro, qualunque lavoro. (…) E non solo. L'altro grande dono che ti da è lo sguardo. (…) Questo ti da lo studio dell'architettura.

Quindi, massì, mandatelo pure vostro figlio a studiare architettura. Fatelo. Impegnatevi a pagare le tasse, il posto letto a costo proibitivo se abitate fuori sede, le copie, le fotocopie, i libri, i programmi di CAD, le attrezzature, tutto. Fatelo laureare.

Poi però mandatelo subito all'estero. Che qui non c'è speranza.

  

Nelle fotografie, Birreria Stalingrado, Milano – dove lavoro attualmente.

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Taken on November 4, 2008