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Sono stato a L'Aquila | by kiki99
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Sono stato a L'Aquila

Perché poi uno si stufa di sentirli per ore a far cagnara fra “il governo dei record” e il “li avete dimenticati”.

Quindi, ho preso la macchina è sono andato a L'Aquila. Mai stato prima.

 

Ci arrivo dalla statale 17 che scende da Scoppito, che poi capisci che non è Coppito, che sta poco più sotto, e quindi è inutile girarsi a destra e sinistra, cercando la caserma del G8. Alla memoria basta una sola lettera per guastarsi.

 

L'Aquila è in fondo ad un'ampia vallata, una piana aperta circondata dai monti e la giornata di metà agosto mi prende a sorridere per il maglioncino di cotone che mi sono portato dietro, memore di tutte quelle volte che ho sentito le temperature alla radio e L'Aquila era sempre inevitabilmente lì, una decina di gradi meno delle altre.

Oggi no, fa quasi caldo, solo un po' di vento in una giornata tersa.

 

La luce limpida fa risaltare i colori delle case lungo la strada, intonacate di fresco, di quei gialli e arancio carichi e densi che oggi sembrano andare di moda. Niente macerie in giro e neanche crepe lungo i muri. Mi scopro stupido a pensare di trovare chissà che, 14 mesi da quel 6 aprile. L'intonaco fresco ha già ricoperto le fessure, o forse sono proprio mura ricostruite da cima a fondo.

 

Proseguo e a sinistra li noto subito, tanto ce li hanno fatti vedere più e più volte, i condomini del progetto C.A.S.E., quelli del record, consegnati con tanto di dedica presidenziale. Uno spiazzo ricoperto di edifici che galleggiano, moderne palafitte antisismiche. Sotto ci mettono le automobili, a mo' di garage. Attorno capannoni industriali, commerciali. Un lavaggio auto talmente nuovo che brilla. In giro nessuno, ma è agosto.

Sembra tutto normale.

 

Poi arrivo.

 

Dopo un'altra rotonda, scorgo la prima transenna davanti alla casa. E collegata alla prima, un'altra. E un'altra ancora e ancora e ancora.

Tutto transennato. Zona rossa. Inviolabile.

In fondo, la prima jeep con i militari di pattuglia.

 

Alzo lo sguardo, e la prima cosa che noto sono le piante che sporgono da un balcone. Secche. Sono 14 mesi che nessuno le ha più inaffiate.

Proseguo e ancora transenne, transenne. Su ogni transenna la targhetta dell'appaltatore.

 

Che poi è difficile da spiegare, senza vederlo.

Per chi è di Trieste, come me, si immagini tutto il centro città, da piazza Goldoni alle Rive, tutte le case in mezzo, nessuna esclusa, dietro una transenna. Chiuso. Da 14 mesi. E, quel che è peggio ancora, non si sa per quanto lo sarà, ma sarà ancora tantissimo. Però vi hanno messo a dormire nelle C.A.S.E. del record. A Borgo San Sergio. Reso l'idea?

 

Proseguo a piedi. Ogni casa, ogni palazzo, tamponato, incerottato, intravato e imbullonato, dietro la sua invalicabile transenna. Affacciate alla strada le insegne dei negozi che c'erano e non ci sono più, vetrine dentro cui intravedo manichini nudi accatastati tra i detriti crollati dal soffitto. Un poster fatto in casa avvisa che la pasticceria ha riaperto. Ti aspettano al nuovo indirizzo. Qui, chiuso.

 

In giro poche persone, dai discorsi sembrano per lo più ex-studenti universitari che sono tornati a vedere i posti dove hanno vissuto per anni. Ricostruiscono i ricordi, a fatica. Increduli.

 

E poi, sparsi per le vie del centro, militari, di guardia vicino alle jeep. E' L'Aquila ma ricorda Baghdad.

 

Ecco, è anche difficile spiegare e, credetemi, non è una sensazione facile da descrivere. Ma per la prima volta ho avuto il timore di tirare fuori la Nikon sotto lo sguardo di un soldato italiano. Da cittadino italiano, libero, in Italia. No, nessuno mi ha detto niente, nessuno me l'ha impedito, ma la sensazione addosso di essere osservato, come se stessero cercando di capire chi ero e cosa fossi venuto a fare lì, non la dimenticherò.

 

Poi, su un'altra fila di ennesime transenne, le lettere di protesta, le foto, le poesie. 308 fiocchi nero e verde, i colori della città, uno per ogni morto del 6 aprile. Le iniziative del movimento “Riprendiamoci la città”. Vi siete mai chiesti cosa fareste voi se un giorno la vostra città ve la facessero trovare incerottata, inscatolata e inaccessibile? Beh, chiedetevelo. C'è chi lo sta vivendo, oggi.

 

Sì, qualche palazzo lo stanno ristrutturando, da qualche parte bisognerà pur cominciare e forse stanno anche iniziando a farlo. Ma è un lavoro immane. E ogni muro sta lì a trasudare la paura di restare ancora così, estati ed inverni, tenuto su dall sua impalcatura in attesa che ci siano soldi e volontà di buttarlo giù del tutto e rifarlo.

 

Quello che penso, mentre risalgo in macchina e riparto, è che qualcuno ad un certo punto ha deciso. E non per un fatto di convenienza corruttiva, si specula sulla costruzione come sulla ristrutturazione. Ha scelto la strada, anche impegnativa – và riconosciuto – che mostrasse il risultato più evidente e prima. Ha scelto la strada del record, la casa prefabbricata a tutti o almeno a quanti più possibile, perchè per farla ci si mette meno tempo e ci si fa una bella inaugurazione per aggiunta. Perchè è la strada del successo più veloce e più visibile. Il resto, si transenni, si tamponi, si dimentichi. Tanto ci vorranno anni e anni per riveder rivivere quel centro storico e i meriti non avranno padri riconoscibili. Non vale la pena, se non c'è un nome da spendere.

 

Qualcuno, uno o più cambia poco, ad un certo punto, ha fatto questa scelta, senza chiedere a chi lì ci vive se fosse quella giusta o comunque non avrebbe mai potuto dire di no.

 

L'attimo in cui quella scelta è stata fatta è un momento di vergogna.

 

E se non riuscite a coglierlo, andate a L'Aquila.

 

p.s.: Ho fatto in tutto 5 scatti a L'Aquila. Tre sono qui. E non per la presenza dell'Esercito. E' un fatto di pudore. Tutti, credo, fotograferebbero un malato in via di guarigione; nessuno si fermerebbe facilmente a ritrarre quello che sembra diagnosticato come terminale. Io almeno, non ce l'ho fatta.

 

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Taken on August 17, 2010