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PERSONA | by Luciano Giandomenico
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PERSONA

Behind the mask, there’s the void. Hopeless is the dichotomy between LOOKING and BEING.

“To change his personality into another one”, this is the aim of the person who wears a mask, whose personality is only a blind, who chooses to change into a different one fearing the unmasking of his social pretence, of his providential protective shield in the stormy sea of life.

But BEING will be problematic for him, LOOKING more painful as ever at last, PLAYING his part up to the bottom sorrowfully necessary.

  

“DIETRO LA MASCHERA IL VUOTO.” Questa potrebbe essere in breve la sintesi del bergmaniano "PERSONA" qualora si volesse evitare uno stillicidio di parole in grado di non aggiungere più nulla a quanto già scritto in precedenza a proposito del vertice assoluto della cinematografia bergmaniana. “Persona”, ovvero “maschera”, dal latino “dramatis personae”, in altre parole la disperata dicotomia tra “apparire” ed “essere”: è questo un tema ricorrente nella poetica dell’autore, che dà vita a fatidici inneschi destinati a provocare irrimediabili reazioni esplosive in un fragile microcosmo interiore, costringendolo a rincorrere sogni disperati d’ipotetica realizzazione. APPARIRE, NON ESSERE ma SEMBRARE DI ESSERE, non smarrire mai la coscienza della propria identità esteriore nei rapporti individuali con i soggetti che costituiscono il nostro prossimo, pena lo smascheramento della finzione sociale e dialettica che funge da provvidenziale scudo protettivo nel mare perennemente increspato della vita. Perché “quando si sanguina” afferma lo stesso autore, trasferendo i suoi stati d’animo direttamente sulla protagonista “ci si sente disgustosi, e allora non si recita......Così pensavo che ogni tono della mia voce, ogni parola della mia bocca fosse una menzogna, un gioco sul vuoto e sulla noia. C’era soltanto una via di scampo dalla disperazione e dal crollo. Tacere. Da dietro il silenzio giungere alla chiarezza o cercare in ogni caso di raccogliere le risorse che potevano essere ancora a disposizione.” Ma conformemente all’equazione ad un’incognita per cui “sdoppiamento” finisce per equivalere ad “alienazione”, di pari passo col cammino intrapreso dalla paziente Elisabeth Vogler la finzione scava inesorabilmente un solco incolmabile tra l’intima essenza interiore dell’individuo e la PERSONA, ovvero la “maschera” indossata in occasione dei rapporti esterni, dando vita ad una dissociazione psichica autoindotta. Tale inconveniente, generato da una reazione fobica derivante da uno smascheramento anche fortuito, appare talvolta inevitabile, conseguenza logica dell’incapacità cronica di sostenere a lungo il carico gravoso di un ruolo inidoneo e del successivo insorgere di gravose tensioni a catena. E nel contemplare alfine la superficie riflettente che rimanda l’immagine boomerang creata ad arte ad uso e consumo della propria vanagloria si è pervasi da un senso di inadeguatezza, da un vuoto incolmabile che alimenta una sorta di male oscuro con conseguente rifugio nel regno del mutismo e dell’immobilità. Fine di ogni recita personale artificialmente indotta. Di ogni tipo di finzione che finisce col creare improvvisi capogiri esistenziali. Provvidenziale messa al bando dell’intero ventaglio dei ruoli a propria disposizione. Abbandono della lacerante distanza tra realtà e commedia. Disinteresse totale delle reazioni del prossimo nei confronti di tale patologia comportamentale. “Lei non parla”, scrive Bergman e proposito di Elisabeth Vogler, “rifiuta la propria voce, non vuole essere falsa.” Un silenzio profano che si contrappone idealmente a quello divino della trilogia bergmaniana, richiamato ancora una volta dalle parole di Alma, l’infermiera, una Bibi Andersson al massimo delle sue possibilità: “Le grida della nostra fede e del nostro dubbio nell'oscurità e nel silenzio sono una delle più terribili prove della solitudine e della costante paura che ci possiede.” Il regista raffigura i momenti chiave della dissociazione psichica tramite immagini da incubo che fanno leva su un impatto emotivo dalla valenza disgregante. Arditi accostamenti di elevata drammaticità, fantasmi dell’inconscio che si materializzano e riconducono a galla le problematiche individuali a volte represse ed accantonate fin dalla prima infanzia. “Persona” s’impone dunque come uno stralcio di vita, un cocktail Molotov di immagini destrutturanti, un florilegio di emozioni vissute e rifiltrate con sincerità estrema dalla creatività dell’autore, dominato dal bianco asettico di simmetriche stanze disadorne dalla straniante freddezza, che viene mutato a volte in un protettivo buio profondo. Fin dall’incipit flussi continui d’immagini definite “emergenze dell’inconscio” calano come una scure sullo spettatore, quasi a far vacillare ogni sua certezza momentanea, introducendoci a sangue freddo in un territorio metafilmico a metà strada tra l’onirico e l’orrorifico. Una pellicola che scorre, sequenze di un cinema muto, le mani di un bambino, un reperto da film porno, un agnello sacrificale, una mano inchiodata, segni premonitori di una finzione filmica che assume il ruolo di presagio di simulazione umana, indizi che ci spingono in un certo qual modo all'individuazione di un’opportuna chiave di lettura in direzione psicoanalitica. E cadaveri apparenti stesi su lettini immacolati in sale stile obitorio, che non mancano di rivelarsi vivi e vegeti al primo indizio di rumore esterno: il sonno dei viventi che va collimare con l’apparenza del freddo cadaverico, un gioco di virtuosismo macabro che dimostra la labilità del confine fra due diversi territori, in una decisa smitizzazione in chiave simbolica di quel concetto di morte che ricorre nella stragrande maggioranza della produzione del regista. Bergman impreziosisce la narrazione dotandola di un’intensa e folgorante sequela di campi e controcampi in riprese eseguite prevalentemente a camera fissa, valorizzati dalla splendida fotografia di Sven Nykvist in un continuo gioco di chiaroscuri, quasi tendendo la mano al cinema sperimentale di Godard ed alla Nouvelle Vague francese più in generale. E fanno riflettere quegli sguardi silenti in soggettiva che sollecitano risposte, che interrogano in silenzio, che richiedono comprensione e solidarietà, mute richieste d’aiuto cadute nel nulla, pregne di una palese carica espressiva che fanno intravedere con chiarezza le tensioni implosive racchiuse al loro interno. L’apice della tensione viene toccato nell’episodio chiave della vicenda, il monologo di Alma sulla maternità (in)consapevole, opportunamente duplicato dal regista, con la macchina da presa che va a stringere prima sul volto in primissimo piano di Liv Ullman quasi trasfigurato dall’estrema intensità delle emozioni e poi su quello altrettanto tormentato di Bibi Andersson, fornendo in tal modo un mirabile saggio di perizia psicologica cinematografica, in una sorta di effetto tridimensionale mai raggiunto prima dall’autore. In virtù di tali sequenze l’arte bergmaniana perviene innegabilmente ad un apice difficilmente raggiungibile. Il processo di identificazione mentale delle due donne, a metà strada tra il reale e l’onirico, è realizzato tramite un’ardita sovrimpressione cinematografica, ideale compendio di un continuo scambio di ruoli che confonde, rimescola ed annulla a tratti le singole identità femminili, evidenziando con vigore il reciproco stato di smarrimento e portando a galla il rigetto di un comune stato di maternità, simboleggiato nel caso di Elizabeth dalla figura del ragazzo che scruta attraverso un vetro opaco un volto di donna freddo e distante che si rivela essere quello della madre e dalla straziante foto in primo piano del bambino del ghetto di Varsavia. “Le immagini dei volti di Liv e di Bibi illuminati per metà, che noi unimmo insieme, dimostrano il lato peggiore di ciascuna di loro.” scrive Bergman. “L’infermiera Alma cerca di trovare sé stessa attraverso la signora Vogler. Le due donne si scambiano tra di loro i caratteri. Alma incontra la Elisabeth, che ora è Alma, e parla con la voce di lei. Alma, sentinella dissociata suo malgrado, anima e corpo dolente di un SILENZIO che si rinnova ad ogni passo in un metamorfico scambio di ruoli. Elisabeth, una muta finzione teatrale a senso unico introdotta nell’accigliato palcoscenico della vita, per la quale ESSERE è problematico, APPARIRE quanto mai doloroso, RECITARE LA PROPRIA PARTE FINO IN FONDO dolentemente necessario. Siedono l’una di fronte all’altra, parlandosi con toni accentuati e gesticolando, si tormentano, si insultano, si molestano a vicenda, ridono e giocano, in una scena allo specchio.” Gli specchi ancora una volta dunque impongono il loro ruolo ambiguo ma decisivo ai fini di una reciproca scoperta di sé stessi in questo capolavoro assoluto sull’impossibilità di comunicare. Ed emerge con sempre maggior prepotenza lo straordinario talento stilistico di un autore a cui anche nei momenti di maggiore precarietà non è mai mancata la capacità di attaccare i demoni davanti al suo carro da combattimento.

 

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Taken on October 13, 2006