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Che fine ha fatto lo Spoletino? | by Giovanni Picuti, già Buferanera
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Che fine ha fatto lo Spoletino?

 

Nel capitolo dedicato all’Umbria de “Lo stivale allo Spiedo”, edito nel 1961, Ugo Martegani riferisce che nella sera del concerto in piazza, a casa Menotti, il Trebbiano sfuso, tirato su freddo dalla grotta, eclissava prodigalmente lo champagne di marca, “tra smoking svolazzanti ed eleganti toilettes giunte per l’occasione dai più grandi ateliers parigini”. Feci amicizia con il Trebbiano da Panciolle, euforica trattoria di Spoleto, a conduzione familiare, distribuita intorno al girarrosto e al camino. Vi spentolava una florida matrona, erede di un’antica tradizione, nel senso classico e assoluto del termine. Lo scrivo per ricordarlo al mio amico Tito Sinibaldi, che arrivando prima di me si accaparrava il posto vicino al fuoco. Ma lo scrivo, soprattutto, per fare invidia ai gastronomi nati nel momento sbagliato, che non avranno il privilegio di confrontarsi con le delizie del passato, semplici ed irrevocabili. Era quella la Spoleto di Sciattinau, di Sportellino, della Pecchiarda, della trattoria Due Pini. Ma era anche la Spoleto essenziale del Trebbiano e del Festival dei Due Mondi, che oggi hanno perso, entrambi, il loro carattere rigoroso. Non venite a dirmi che la moderna enologia ha fatto passi da gigante, perché significa che non avete assaggiato certe annate di Barolo, Amarone o Brunello degli anni settanta o ottanta, per poterle confrontarle con le attuali; né il Trebbiano ‘94 di Camilla Laureti, inaspettatamente prodotto a Colle Risana. Ma a parte questa singolare eccezione – che avvalora le potenzialità di quel vitigno - il Trebbiano non ha mai superato certi picchi. Né li supererà, rebus sic stantibus. Una cosa è certa: il Trebulanum conferma come vi sia una continuità agraria centro italica. Più difficile è capire come vi possa essere oggi un recupero di quella continuità. Forse attraverso una più accurata scelta clonale e l’abbassamento delle rese per ettaro, seguito da maggiori attenzioni in cantina, finalizzate a migliorarne il grado alcolico e a ridurne l’acidità. Si sta muovendo bene Tabarrini, con il suo promettente Adarmando. Conoscendo l’onestà del produttore, si può star certi che i risultati arriveranno, così come arriveranno altre aziende a rinverdire la memoria di quel vino. Fu sul finir degli anni settanta, che questa varietà venne in uggia ai contadini, che la espiantarono quasi completamente, in favore di una più redditizia, fra virgolette, agricoltura. Piacevolmente animoso al palato, gradevole e corretto, aveva una sua ben precisa tipicità, degna dei più nobili convivi, benché spesso fosse impiegato più per i tagli che per la vinificazione in purezza. Ma questo talvolta può essere considerato un dettaglio marginale, che non influisce sull’identità del prodotto, perché i vini genuini si può sempre migliorarli, se non se ne perde la memoria, ma quelli dagli oscuri attributi, non sono buoni nemmeno per l’aceto. Il problema vero di questo vitigno è che quasi nulla si conosce di lui, tanto era una sinecura campestre, che rende problematica ogni ipotesi su quello che potrebbe realmente offrire al panorama ampelografico nazionale. Ma la quasi totalità delle nostre aziende non sono in grado di promuovere pratiche enologiche d'avanguardia applicate ad un vitigno antico, come il Sagrantino insegna. I vignaioli toscani più nostalgici ci hanno provato e hanno tirato fuori un paio di Trebbiano davvero interessanti. La verità è che il vino ha smesso per tanti produttori d’essere un'identità ed è diventato solo merce. E se non lo ami mentre lo fai, si vendica. Il Trebbiano di allora portava con sé traccia del patrimonio genetico che il Padreterno gli aveva consegnato e che il terroir traduceva in una mineralità tutta sua e in un garbato sentore di mandorla. Non si faceva apprezzare per la persistenza e per il naso, ma perlomeno era impossibile scambiarlo con i Sauvignon, come capita oggi con certe bottiglie in commercio, che richiamano estranee percezioni di pompelmo rosa e di foglia di pomodoro, territorialmente incongrue e obiettivamente stucchevoli. Quel vino - prima che il Sagrantino iniziasse a credere in se stesso - era un po’ il biglietto da visita di una certa Umbria, schietta e misurata, mai invadente, mai disposta a manifestare di più di quello essa stessa rappresentava, più incline a lasciarsi scoprire, che a farsi strada a forza di gomiti. La vite, adatta ai terreni argillosi, dall’uva a bacca bianca dal poco estratto, germogliava con snobbistico ritardo, fronteggiando così le escursioni termiche e le gelate primaverili. Il vero Spoletino non disdegnava la diffusione valliva, lungo le sponde del Marroggia, del Clitunno e del Timia. Furono proprio le difficili condizioni ambientali del suo terroir arcaico, che ne segnarono la tipicità. Se è vero che il vino è un’idea, prima che una ricerca di mercato, non so cosa ci abbiamo guadagnato oggi ad adattarlo ai tanti bianchi italiani, concepiti da pochi ma onnipresenti enologi, che stanno imponendo il loro “cartello”, a discapito delle varietà autoctone presenti sul territorio. Il terroir non è che lo vedi, lo avverti, perché abita il vino come il genio la lampada. Uno non può fare a meno dell’altra. In Umbria, come nel resto dello Stivale, sono rimasti in pochi a interpretare in modo nobile, intuitivo e originale la terra. Così, escluse le eccezioni citate, la tanto pubblicizzata operazione di salvataggio del Trebbiano Spoletino - che il Carducci definiva «color d’ambra dorata e fresco e frizzante», e amava accompagnarlo alle « grasse, saporite trote del Clitunno» - sta andando nel senso opposto rispetto al recupero filologico che questa varietà merita. Salvo che rinasca un altro Menotti e decida di dedicarsi al vino. Ipotesi che giudico bizzarra.

Giovanni Picuti

avv.giovanni.picuti@studiopicuti.it

Corriere dell’Umbria del 16.2.2008

 

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Taken on February 15, 2008