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Alla riscoperta della città rosa

di Alessandro Fagiolo e Antonia Anna Tedesco

 

Giordania – Per riscoprire la splendida, imponente e misteriosa città nabatea di Petra, bisogna attraversare, a piedi o a cavallo, una spaccatura naturale posta tra due montagne, lunga più di un chilometro e larga da due a cinque metri.

Alla fine di questo canyon di arenaria, chiamato Siq, lo sguardo del visitatore è attratto dall’imponente facciata della Tesoreria Al Khazneh, che in arabo vuol dire tesoro.

Una credenza beduina tramanda che, all’interno di un’urna posta sull’enorme facciata, si trovasse il tesoro di un faraone.

La Tesoreria, che si rifà sia alla grande tradizione orientale che a quella greco-romana, fu scavata nell’arenaria nel I secolo a.C. come tomba di un re nabateo ed è larga trenta metri per quarantacinque metri di altezza; la sua facciata appare riccamente decorata con sculture rappresentanti figure mitologiche e divinità nabatee.

Proseguendo all’interno delle rovine di Petra si possono vedere una fila di case finemente decorate e il teatro.

Le case erano probabilmente di matrice assira e adibite a tombe; il teatro, invece, venne costruito dai Nabatei e poi ampliato dai Romani.

Percorrendo poi un’ impegnativo sentiero e salendo ottocento gradini scavati tutti nell’arenaria, oltre ad ammirare un paesaggio mozzafiato, si giunge al Monastero di Al Deir

(II secolo d. C.); questo monastero è il monumento più grande della città di Petra e impressiona per la sua maestosità dovuta alla monumentale facciata e al portale alto ben otto metri.

Nel sesto secolo d. C. divenne un monastero bizantino come testimoniano le pitture ritrovate al suo interno.

La città perduta dei Nabatei rivenne alla luce casualmente grazie all’archeologo svizzero Burkhardt nel 1812 mentre egli cercava di ripercorrere la via della seta.

Con la sua scoperta si conobbe anche la storia dei Nabatei: essi vissero tra il primo e sesto secolo d.C., provenivano dall’Arabia settentrionale ed erano di origine semita; erano abili architetti e scultori, ricchi commercianti di incenso, mirra e spezie, dotati di moneta propria.

Petra per secoli aveva rappresentato il luogo di controllo delle vie carovaniere tra l’Arabia, l’Egitto e la Siria per i commerci, percorse a dorso di cammello o dromedario da Nord a Sud passando per il vicino Oriente e da Est ad Ovest per la zona di Gaza, in Palestina.

Il primo secolo d.C. fu il periodo di massimo splendore per la città nabatea: è in questo periodo che vengono costruiti la maggior parte dei monumenti di cui abbiamo parlato, realizzati con una tecnica di costruzione così perfetta da garantire ai Nabatei l’approvvigionamento di acqua piovana tanto da essersi aggiudicati il titolo di “padroni del deserto”.

Quello che non abbiamo ancora detto è perché Petra viene definita la “città rosa”: questa definizione va ricercata nelle emozioni e sensazioni che scaturiscono osservando i riflessi della luce sull’arenaria nelle diverse ore della giornata, che vanno dal rosa tenue al rosso intenso.

È incredibile come le architetture, scavate nell’arenaria e intervallate dal deserto, scaturiscano emozioni e déstino ancora oggi sempre una grande curiosità forse perché racchiudono dei misteri ancora da scoprire.

 

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Uploaded on December 2, 2017