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Bruised and Borrowed | by Mr.Connor
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Bruised and Borrowed

Passi

(Two years ago, and it's like today)

 

Le nubi sono il tappeto sul pavimento di un mondo capovolto. A guardarle così, con la testa voltata all'insù, si fatica a camminare. Forse i piedi arrancano, privati della vista. Tengono il tempo con il cuore e la strada con gl'occhi, e battono il passo quando le palpebre s'abbassano. E se gl'occhi guardano il cielo allora i piedi non sanno più cosa fare, schiavi della terra come i treni dei binari.

Sembrano promettere, le nuvole. Fresco, vento, pioggia. Invece non ne verrà nulla. E' il primo fine settimana di Luglio, fa caldo sin dal mattino, e se un soffio di vento evade dalla prigione dell'estate è vento caldo, scaldato, accaldato.

Chissà le prostitute, sulla strada per Carugo. E' una strada dritta e pianeggiante, una stringa d'asfalto tra relitti di prato e cadaveri di fabbriche. Le prostitute se ne stanno all'imbocco degli sterrati che prima portavano ai campi e poi alle fabbriche ed ora ai rifiuti. Se ne stanno sotto agl'alberi, ombrelli vegetali. Vuoi scopare?, dicono. Posso farti le coccole?, m'aveva chiesto a Torino, sulla strada che l'attraversa tutta, una prostituta di colore. Altra educazione, altra terra. Camminavo, cammino pure ora.

Casa non è lontana, ma la strada s'è già mangiata la stima delle distanze. Colpa delle macchine, pure della mia. Sono vicino a casa, razionalmente a forse due chilometri. Ma in macchina avrei detto che è un chilometro solo, e invece le gambe dicono di più, più di uno, più di due.

E' il lavoro.

La fabbrica.

La fabbrica non smette di lavorare dopo che i cancelli chiudono per la notte, per il fine settimana. La fabbrica inizia il suo lavoro, quello che ama, proprio allora. Non ci guadagna nulla, non denaro: quello lo guadagna tutti i giorni della settimana, undici mesi e mezzo all'anno. Quest'altro lavoro, quello sporco, lo fa solo per sadico diletto: aggrapparsi sulle ossa di chi lavora più di quel che gli si chiede, prendergliele lunedì e restituirgliele domenica crepate, pesanti, e insudiciargli di fatica i muscoli, l'animo. Rubargli il tempo. Quando finiscono le settimane, quando iniziano le estati, quando arriva la sera.

Così cammino. Ci son stanchezze migliori di quella, anche se sono così stanco che non so se riuscirò a procurarmene una.

Calpesto l'erba del colle, qui non ci passa mai nessuno perché usano, usiamo, tutti la macchina. Ci vanno giusto i cani a fare i bisogni loro, e i miei gatti a prendere il fresco. Poi piglio la strada che non percorro quasi mai, perché a lavorare ci vado dalla parte opposta. Mezzo chilometro di rettilineo, sale appena. Un altro mezzo chilometro tra le case, poi due tornanti quando la strada già scende.

Una volta, qui, all'altezza del primo, una macchina ha filato dritto. C'erano dentro due cretini e le loro amiche. La gente della frazione s'era messa a guardare di sotto, nel fosso, come fosse un balcone panoramico sull'anteprima di un cimitero. Televisione. Inquadratura sulla morte, sulla sofferenza. Dolore in divenire, decessi prossimi venturi, almeno amputazioni imminenti. La macchina se ne stava venti metri più sotto, contro al muro di un capannone. Non c'era arrivata in volo, non aveva volato, non era decollata. Aveva solo percorso il declivio del fosso invece che staccarsene, e contro al capannone c'era arrivata già quasi ferma, nemmeno l'aveva sfondato, solo urtato un po'. Nessun morto, nessun ferito, nessuno stridore di lamiere e scintillare di fiamma ossidrica per tagliarle. Nessun urlo di dolore disperato. Tutti a casa.

Dopo i tornanti la strada raddrizza di nuovo, nel nulla di ricordi di lamiera e cemento tra i prati.

Credevo facesse più fresco, appena uscito, e invece già la temperatura s'alza. Un chilometro di rettilineo, di lavori in corso. Le imprese s'affannano a far profitti, le braccia in subappalto s'affannano a lavorare per pochi soldi. Boschi e prati e strade finiscono a fette per far posto alla strada che porterà al centro commerciale, quando tra un anno sarà costruito.

Guardo all'insù. Pipistrello capovolto aggrappato con le zampe al soffitto d'asfalto bollente. Oltrepasso le prostitute, il fresco dei loro alberi, la ruggine di vecchie recinzioni. Alla rotonda volto le spalle al Nord degl'alberi, dei laghi, delle montagne, e vado a Sud.

Inutile romanticheria delle parole, figlia abbandonata delle letture di quand'ero bambino, dei romanzi di Verne e di Salgari e di Stevenson. Nord, Sud. Non è così che ci si orienta, non sono quelle le direzioni che si prendono, le mete, i punti di riferimento.

Alle spalle mi lascio le colline ed i piccoli laghi tra i due rami del lago grande, di fronte, per chilometri, scendo verso la pianura in direzione di una città squallida che getta i suoi miasmi fin qui, nell'animo quanto nell'aria, e che invece che incubo è diventata modello, ricca di denaro quanto vorrebbe esserlo la gente di qui, povera nell'animo come la gente, qui, lo è da sempre.

Inizia un altro rettilineo. Uguale a quello che l'ha preceduto, solo più lungo. Stesso panorama, intorno. Prati, l'intera provincia ne è piena. Ma fabbriche ovunque a macchiarli e ovunque strade a lacerarli. Tutte figlie della presunzione avida di chi viveva per fare soldi ed ora sopravvive aggrappandocisi. Ignaro allora della propria stupidità e ignaro ora della propria squallida decadenza.

Dagl'auricolari mi s'infila musica nelle orecchie. L'ho accesa sin dai tornanti, appena fuori di casa. Questa provincia ha un suono che non voglio ascoltare più. Il lettore mp3, nella tasca dei jeans, l'ho comprato solo per questo.

E' dall'asfalto e dal sole e dalle rocce e dalla sabbia che viene questa musica.

Adolescenza elettrica, i sensi accesi dal timore, pronti a sentire il sussurro di quel silenzio, a scorgere appena fuori dallo sguardo l'ombra che beffarda allunga le zampe dai capannoni.

Incontrare la musica in questo momento, diventa catarsi.

L'alternativa è illudersi. Ascoltare sogni fasulli, consolazioni orecchiabili. Come le bollicine dello scoppiato, albechiare da cantare in coro senza che dicano nulla e senza che nulla capiscano. Prima c'era lui, inutile, vuoto. C'era l'ipocrisia punk, che almeno c'aveva lasciato un'estetica violentemente sporca, disordinata. C'era la musica delle classifiche, per chi aveva la macchina di papà e l'autoradio con l'estraibile e si divertiva a passare davanti ai bar con il volume alto e gl'occhiali da sole di marca.

Fuori dal coro c'era l'heavy metal, per chiamare le cose per nome e uscire da una menzogna sorda che l'ignorava ridendo. E c'erano i Kyuss. Che suonavano il deserto, con chitarre e birra e marijuana e generatori di corrente, e suonavano quel che il deserto faceva suonar loro, quel che veniva loro dalle rocce, dal sole, dal sudore, dalla noia della città. Noia silenziosa, quando il sole batte forte.

Pensandoci ora, perfino nei garage dove suonavamo si vedeva entrare lo squallore impostore. Nelle discussioni tra chi voleva scrivere della musica, comporne, suonarla, e chi invece voleva solo imparare a suonare le canzoni che tutti cantavano e andare a suonarle davanti agli altri e chissà domani in quale futuro radioso fare il grano.

Così non suonammo quasi mai stoner rock. Eravamo chiusi l'uno all'altro, allora come ora. Io più degl'altri. Forse la faccia con cui chiudevamo la porta della condivisione nascondeva imbarazzo, vergogna. Potrei pensarlo della mia, immaginarlo di quella degli altri. Passammo più tempo a star zitti che a parlare, e il tempo mutò il silenzio che mettevamo in scena. Se prima era la pretesa d'una vicinanza silenziosa, era l'inutilità delle parole quando si è compari, poi divenne l'assenza di qualcosa da dirsi, l'atrofia delle parole, l'inganno svelato: aveva vinto lo squallore, ci stava prendendo tutti, stavamo ancora zitti come prima ma adesso quasi nessuno ne ricordava il nobile e ostinato perché. Se prima il silenzio era catarsi, era resistenza, poi divenne eroina. L'anestesia chimica che colava come piscio denso dalle gambe del vecchio nemico, e se li era presi tutti quando io andavo a cercare parole e strade e non m'accorgevo che ci stavamo perdendo tutti quanti.

Finirono pure i Kyuss, intanto.

Il mercato per batterli, suoi nemici, li fagocitò. La libertà e la creatività loro, quali che fossero, che fossero consapevoli o invece perfino involontarie, erano un insulto. Andò a mangiarseli, su una tovaglia di soldi e contratti, il mercato.

E abbiamo continuato a guardare le nostre città, le nostre strade, come in una televisione. Una televisione in movimento su quattro ruote, quelle delle nostre automobili. E adesso, a camminarci, le stesse strade, le stesse città, sono diverse.

John Garcia canta, io canto nella mia mente, e non m'accorgo che sto facendo la stessa strada che farei in macchina. Asfalto. I piedi possono andare altrove, trovare prati e canali e sentieri, ma la memoria della strada li porta dove corrono i copertoni.

E fa caldo. Di più, ora.

Finiscono le agonizzanti fabbriche dell'agonia.

Ci sono concessionarie d'automobili, ora, e autolavaggi, e pompe di benzina. I potenti fingono di preoccuparsi per il clima e intanto chiedono più petrolio ai paesi estrattori. E' il piscio del sistema. Veleno che vale oro.

Eroina agl'operai, cocaina ai presuntuosi, petrolio alle macchine.

Come fosse tutto un treno, ed ogni vagone provvedesse per sè. Pure per morire. Ma non è un treno di vagoni solitari, questo, è un convoglio di morituri a cui hanno insegnato divisioni e non promiscuità. La promiscuità che il destino ha in serbo per loro.

Una signora molto figa scende da un suv, prima le gambe nude poi la minigonna poi il decolleté abbronzato poi il viso truccato. Dice qualcosa al benzinaio, gli mostra la tessera per lo sconto sulla benzina.

E vuoi pure lo sconto?, penso.

La tessera la danno a chi abita di qua dal confine svizzero, per dissuaderlo dal passare la dogana e fare il pieno altrove. Non guardano reddito o automobile o consumi. Pure una zoccola piena di grano a cavallo di un mostro da settantamila inquinanti euro ha diritto alla tessera per lo sconto. Democrazia dello scempio.

John Garcia canta Son Of A Bitch.

Bitch.

Bravo John. Dei figli della signora però non so. Magari nemmeno ne ha.

Un altro rettilineo.

Lontani dai colli e dai laghi è tutto un rettilineo. L'anticamera di quel che succede a Milano, nella presunzione sua. Rettilinei. Traffico, inquinamento, e rettilinei. Dritti come quelli, inesistenti, che percorrono le promesse dei ricchi imprenditori milanesi. Altrettanto dritti, altrettanto inquinati. Altrettanto affollati.

Un chilometro più avanti c'è il centro commerciale. Lo si vede già da qui. Il sole, intanto, ha trovato nel traffico il suo compare: la strada è bollente, l'aria pesante, asfissiata e asfissiante per gli scarichi delle automobili. Tante, qui. Nemmeno m'ero accorto, prima, di non averne incontrate per chilometri. Vanno tutte al centro commerciale.

Da casa mia dovrebbero essere otto chilometri. E' passata un'ora e dieci, e fatico a far tornare i conti, perché sui manuali e nei consigli di chi cammina risulta che in un'ora si fa un po' meno strada di questa. Si cammina, senza fretta. Io non avevo mica fretta, eppure sono già arrivato. E non è nemmeno qui che volevo arrivare.

L'aria è condizionata, dentro. E condiziona: mitiga l'effetto asfissiante e bollente dei gas-serra producendo gas-serra. La temperatura non è particolarmente bassa, ma passare dal caldo umido e sporco di là fuori al freddo asciutto e asettico di qui dentro riempie la schiena di crampi e dolori. Bisogna respirare a metà per non sentire male.

Compro una spazzola per Penelope, una scodella nuova per Silvestro. Una rivista per me. Perché sulla copertina c'ho visto titoli che parlano della Via Francigena, di viaggiatori pedestri. E' un'idea. Cammino da una vita senza andare da nessuna parte, un giorno potrei camminare su strade diverse da queste.

Vado al bar. Chiedo un caffè freddo. Anche se a quest'ora la memoria gastrica chiede aperitivi e alcool che l'altra memoria, quella conscia, cerca di ignorare.

Sarebbe bello, sì. Andare a Roma a piedi. Da qui. La Via Francigena passa più giù, dovrei andare ad incrociarla ad Ivrea, o Vercelli, o Piacenza. E poi non ci sarebbe che da camminare. Ignorando la religione di chi c'incontrerei. Non è la mia, certo non quella. La mia è nelle scarpe e fuori dagli edifici. Si tratterebbe solo di camminare, per me, passi laici. E sicuramente non tutti quelli che la percorrono lo fanno per motivi spirituali. Nessuno, anzi, credo lo faccia per quei motivi. Nemmeno chi lo crede. O crede di crederlo. Se l'eroina ed il petrolio sono il piscio del sistema, la religione è il fiato suo. Quello che gli esce di sotto.

Arriva il caffè.

Mi domando perché si sovrappongano i pensieri l'uno all'altro. Pensieri pesanti e astiosi ad altri che di leggero, pure loro, non avevano nulla. E' questo il carico che mi fa male alla schiena, forse. Quanto e più che il lavoro.

Leggo.

Ma non fa per me, quel percorso, quel viaggio. Nessuno simile, forse, anche se è proprio quello che invece vorrei, fatto di sole scarpe e notti a cielo aperto. Non fa per me perché già ora, leggendo di tappe di venticinque chilometri da percorrere in sei ore, penso, senza farci quasi caso, che no, è troppo, che quello è andar piano, e già leggendo medito d'unire due tappe alla volta, camminare otto o dieci o dodici ore al giorno. Trasformando, però, il viaggio in una cavalcata, in un sorpasso continuo. Sorpasserei gl'altri, sorpasserei la strada, gl'argini, le case, i colli. Cosa ne resterebbe?

Sono immune alla competizione ma del tutto ammorbato dal timore di non fare in tempo, credo. Ho aggredito il mese di Luglio ed il trasloco dei reparti, in fabbrica, come se il tempo non dovesse bastarmi mai, mentre gl'altri se la prendono con calma. Partissi lungo la Via Francigena, a piedi, finirei per percorrerla allo stesso modo, senza goderla, viverla, respirarla. Tornerei a casa con due bagagli: lo zaino della partenza, la stanchezza affrettata dell'arrivo.

Quand'è successo?, mi chiedo. Quand'è che son diventato così schiavo dell'urgenza? E' papà? Così alacre, così lavoratore, sempre di corsa per mantenerci, fino ad ammalarsi? E' questo? Correre e affaticarmi per dimostrarmi di valerlo? Per ripagare con i dolori del corpo e la stanchezza i suoi sacrifici? Ringraziarlo imitandolo, perché a voce non so farlo? Psicologia da quattro soldi. Non porta da nessuna parte. Fosse pure davvero tutto così, nemmeno lo saprei. Ed in effetti non lo so.

Chiudo la rivista, ascolto due signore chiacchierare bevendo il caffè e mangiando pasticcini. Tengono le tazzine con la mano destra ma con il manico voltato a sinistra. Quindi non sono mancine: fanno così perché i mancini sono pochi, e quindi è certo che quasi tutti, impugnando la tazzina con la destra, bevano dallo stesso lato. Cosa che loro riescono ad evitare prendendo le tazzine in quel modo. Lo noto solo perché lo faccio anch'io, per lo schifo che mi fa chi prova schifo in quel modo.

Una dice che è ora di smetterla. Con gli zingari e gli extracomunitari. Tutta gente che chiede soldi e intanto invece ne ha fin troppi, chiede la carità e invece s'ingozza nel lusso.

“Sta parlando della messa cattolica?” chiedo alla signora.

Si voltano tutt'e due. M'alzo.

“No, di quelli che chiedono la carità e invece sono pieni di soldi”

“Appunto: la chiesa cattolica”.

Mollo la rivista sul tavolo delle signore. Ho nelle mani sberle che le rendono di colpo roventi e nessuno a cui darle.

Riaccendo la musica.

John canta.

 

I've got the demon within

I've got to brush them all away

I feel the demon's rage

I must clean them all away

Yeah...

 

L'ora del pranzo sta svuotando la strada, per fortuna. Me ne lascio alle spalle un altro pezzo. Di fronte a me, in fondo alla salita, c'è Cantù.

E c'è un piccolo bar.

Extracomunitari, dentro, e meridionali. Un bar di quelli che la gente di qui evita. Non è certo elegante, e da queste parti la mancanza di sfarzo sembra sempre sporcizia, anche quando non ce n'è. Aspetto il mio turno con i gomiti sul fresco del bancone. Il barista sta parlando con un paio di clienti. I ragazzi che quando sono entrato stavano fuori, seduti sui gradini a bere birra dalla bottiglia.

Alle mie spalle un uomo con i capelli grigi succhia un gelato.

E' una cosa che detesto. I rumori che la gente fa quando mangia. Perché sono evitabili quanto sono sgradevoli. Ci son tavole che ho lasciato per averne sentiti, persone a cui inutilmente chiesto di non farne, più bisognoso di mettere alla prova la mia temperanza che fiducioso di ricavarne qualcosa di diverso da un litigio.

Ma il barista m'anticipa chiedendomi cosa io voglia.

Chiedo un caffè freddo, pure qui. Non è il luogo dove mi sembra possibile che se ne si serva, e il barista, un uomo in sovrappeso, disordinato, con gl'occhi liquidi, non mi sembra sappia farne. Ma resto fedele al proposito di non ordinare l'alcool che mi serve.

Il barista mi chiede se il caffè freddo lo voglio con qualcosa di particolare, incassa la risposta che gli do e piglia dallo scaffale una bottiglia di whiskey. Prepara il caffè, e intanto cosparge un grosso bicchiere di cacao, infarinandone anche il bancone. Poi mescola caffè e whiskey e ghiaccio, a lungo, molto a lungo. Riempie il grosso bicchiere, e lo cosparge di nuovo con il cacao. I bordi del bicchiere ne sono colmi.

Il risultato ha una aspetto davvero invitante. Disordinato, provvidenzialmente privo di decoro.

E lo bevo.

Sulle labbra il cacao anticipa d'amaro il dolce che riempie cremoso il bicchiere. Non l'avevo mai bevuto un caffè freddo così generoso, così abbondante. E così buono. E' crema, ed è tanta.

“Cazzo!”

Il barista mi guarda. Severamente contento.

La bontà della crema fa sembrare enorme l'unico sorso che ne ho bevuto. Bevo qualsiasi cosa fino al fondo, ne sento il sapore solo alla fine, dopo che tutto m'è scorso in gola. Ora no, non riesco.

Un altro sorso. Ruoto il bicchiere per trovarci di nuovo del cacao sul bordo. Ce n'è anche dentro, tutto quello con cui il barista ha spolverato il bicchiere prima di riempirlo. Ce n'è sul fondo, quando c'arrivo.

Due euro. Per un caffè freddo buono come mai ne avevo bevuto. Averlo bevuto in un luogo tanto improbabile, preparato da mani tanto impreviste, lo rende perfino più buono. Compro dieci sigarette per il viaggio, e una bottiglia di birra che ficco nel tascapane insieme alla spazzola per Penelope ed alla scodella nuova per Silvestro.

In fondo alla salita, oltre al semaforo ed alla discesa che ne segue, c'è sempre Cantù. Città di mobili, di divani in pelle, di gente che ha fatto i soldi con la fatica ed ora a fatica cerca di aggrapparcisi. Gente che quando ce n'erano tanti non se li è mai goduti, perché la domenica lavorava, e d'estate pure. Ora non ce ne sono quasi più, soldi. Sono rimasti i capannoni, le case costruite dietro ai loro cancelli, dietro alle cucce dei loro cani da guardia.

L'attraverso, Cantù, mi ci fermo posando a terra la borsa e togliendomi la maglia, mi rimetto la borsa a tracolla e tiro avanti, tra piazze sgombre e chiese inutili, l'attraverso tutta e quando mi ricordo di esserci nato son già fuori, nelle frazioni, dove iniziano i boschi.

Sembra proprio questo: che ci spostiamo come dentro ad una televisione in movimento. Lo schermo è il lunotto delle nostre automobili. Le nostre città, le nostre strade, sono televisione, inquadrature, e non ce n'accorgiamo. Meno ancora c'accorgiamo che non è solo il mondo, il nostro, dentro ad un'inquadratura: lo siamo anche noi, siamo dentro ad una cinepresa. Tutto quel che vediamo è limitato, circoscritto.

Camminarci è diverso. Finire in boschi che si rivelano nuovi, sconosciuti, è perfino disarmante.

Trentaquattro anni che vivo qui. Che ci vivo, lavoro, guido, cammino. Com'è possibile che ci siano ancora boschi che io non abbia visto? Stappo con l'accendino la bottiglia di birra al limitare di uno di quei boschi. C'è un cartello che indica in bello stile i sentieri che partono da quel punto. Mai visto, quel cartello, passandoci vicino in macchina. Mai visti i boschi di là sotto.

Così ci vado. So di non sapere dove portino. Conosco quelli dove vado a correre, e quelli attorno ai laghi, e quelli del paese dove abitavo prima, ma questi no. Da qualche parte arriverò.

Ogni bivio è provvisto di cartelli che indicano nomi di sentieri e di località. Ma son tutti nomi nuovi, per me. Belli, e inutili. Scelgo ogni volta quelli che portano a sinistra. Politica involontaria, oggi. E' che, a spanne, sono anche quelli che più s'allontanano dalla direzione in cui si trova il mio paese.

Trovo sentieri freschi e silenziosi. Un ruscello imprevisto ne costeggia uno. Un temporale ha abbattuto un albero, l'ha fatto cadere di traverso tra le due sponde del ruscello, creando un ponte che non userà mai nessuno ed uno scorcio che nessun pittore vedrà mai. Marciranno, sia il ponte che lo scorcio.

Più avanti qualcuno ha creato un altare improbabile. Due piccoli rami di robinia legati con dello spago formano una croce, una madonna prega in un sacchetto di plastica trasparente e sporca, fiori di bosco bevono in una bottiglia di plastica decapitata. Ha una strana bellezza, tutto questo. Patetica, perché quella che ci vedo io non è la stessa che cercava di metterci chi l'ha composta. Ci penso in laico divertimento bevendo birra, poi infilo gemme acerbe di more nel collo della bottiglia vuota, la poso vicino a quell'altare tanto pagano quanto l'ignora chi l'ha creato, e la lascio ad aspettare la prossima pioggia perché la riempia. Il cielo, il poco che se ne vede tra i rami, lassù, promette di portarne entro sera.

Riprendo il sentiero. Poco più avanti ci trovo delle orme di zoccoli. Inizia una salita che mi sembra fin troppo dura perché un cavallo la percorra, ma le orme proseguono, ed io anche.

La sensazione continua.

Invadente.

Quella di una benedetta e fortunata ignoranza: così vicino a casa, forse dieci, dodici chilometri, eppure così ignaro del luogo in cui mi trovo, così nuovo questo panorama, così inesplorato.

Risalgo il sentiero, copro con le mie orme le orme del cavallo, nemmeno attento a non coprire qualche altro ricordo. se il cavallo ne ha lasciati. Ma non c'è altro, di suo, nient'altro che orme. Ce ne fosse l'odore, il profumo di sudore, d'alito caldo di fatica.

E non m'accorgo dell'assalto. Ch'è iniziato prima, prima ancora che io entrassi nel bosco, e adesso continua, senza possibilità che io lo vinca, e senza che io voglia vincerlo. E' l'assalto della natura, dell'irrazionale. Non c'è un solo suono che provenga da altrove, è tutto qui. Spalanco i polmoni, e sorridono loro al posto mio, un sorriso che non vedrebbe nessuno, pure se mi prendesse le labbra e diventasse suono.

Di chi è la terra?, penso. Di chi è la Terra? Non è di chi se ne fa randello per combattere chi non c'è nato. No, non è sua. Non è della sua ignoranza vigliacca. No, la terra, la Terra, è di chi la percorre, di chi la vince, di chi se ne fa scopare in questo modo, di chi se ne fa invadere.

E la Terra alza il boato morbido e impertinente della sua invasione, mi fotte più a fondo, mi mette in bocca parole e l'urgenza di pronunciarle, sensazioni e la necessità di morderle, trasforma tutto in un'urgenza finalmente priva di sofferenza, e il corpo cerca di interpretarla e risponderle, ma non ne ha il linguaggio, ce l'ha rubato la civiltà, le Terra percuote e scompiglia il corpo che prima se ne spaventa e poi, quando s'accorge d'esser tornato ad una casa che ignorava di cercare ancora, cerca una risposta senza saperla più dare.

Voglia di correre, sudare, ruzzolare, bagnarsi, sporcarsi, e spogliarsi e pisciare ruotando su un piede e finire nudo in un fiume e dire ti amo bagnato e freddo e divertito.

Di chi è la Terra?

E' di chi la vive?

Allora è di un magrebino la via delle Asturie, il cammino di Santiago, le Sierre, i Pirenei, le Alpi Marittime, è di un magrebino tutto questo, perché lui l'ha attraversato clandestino pulito nell'animo, e solo così si può farsene sporcare.

E il Mare che non conosco è di un albanese, che l'ha navigato quando ancora non aveva barba da radersi, l'ha navigato lasciandosi casa e ricordi alle spalle, e poi è sbarcato in un luogo dove lo chiamano straniero e lo fanno lavorare troppo per troppo poco, ma lui ha navigato il mare senza certezze, come nemmeno il magrebino le aveva, nessun'altra certezza che quella del momento, d'esser qui e ora, quand'era lì e allora.

Di chi è la Terra, che adesso mi fa sentire perfino padrone? Un padrone senza proprietà, ma solo legittimità? Di chi è la Terra se non di chi l'ama e attraversa e ne viene scopato e contaminato?

Attraverso prati e colli, mi son dimenticato di seguire le orme del cavallo. Chissà dov'è, chissà dove sono, chissà dove sono io. M'oriento sulle sensazioni, senza bussola razionale. Incrocio un leprotto, lo guardo guardarmi e voltarmi le spalle e scappare via. Ha la coda puntata verso il cielo, mentre corre. Ed è bianco, il lato della coda che vedo io, davvero bianco, un vezzo che i cartoni animati non hanno inventato ma solo copiato.

Poi finiscono i colli, iniziano, già li vedo, campi e orti. Dev'essere anche scorso un bel pezzo del pomeriggio ma non ne sono certo.

Ci sono ancora falde di bosco, prima delle case che scorgo più in là. Devo avere girato attorno alla città dove son nato, grosso modo. Proseguo sul sentiero che s'è fatto l'unico. Solo un paio di volte si dirama, verso coltivazioni e rimesse. Alla seconda incrocio un trattore che avanza adagio. Mi sposto tra l'erba alta, lo lascio passare. Il ragazzo che lo guida, sporco e con la barba sudata, mi guarda con un'espressione perplessa, e quasi infastidita. Buona creanza vuole che in cammino, per campagna e montagne, ci si saluti, anche tra sconosciuti. Ma sorrido in un modo, dentro di me, che guardo passare trattore e contadino senza fare un cenno, poi riparto voltandomi solo una volta a ridere di quella diffidenza violenta di cui qui son tutti orgogliosi e che invece a me sembra così stupida.

Il sentiero scende, fila a metà tra due cascine male in arnese. Vicino alla più vecchia c'è una fontana assediata da galline e capre. Mi c'avvicino e bevo. Gl'animali non se ne preoccupano. Un caprone annusa la mia borsa di tela e non mi sembra per nulla improbabile che adesso, senza preavviso e permesso, la morda e strappi. Decidesse di farlo, a poco varrebbe tirare per liberarmene. E allungare una mano sarebbe perfino stupido. Guardo il caprone, mi guarda. Una voce, dalla cascina, un suono nemmeno fatto parola, rompe il silenzio e lo scambio di sguardi.

Mi volto: è una vecchia donna, in vestaglia e bastone. Il caprone fila via, nel prato. Filo via anche io: non ho capito cos'abbia detto quella donna. Meno ancora ho capito, davvero, se abbia sgridato il caprone, salvando la mia borsa, o invece me, perché ho osato ficcar la testa sotto l'acqua della cascina.

La terra si fa asfalto, di nuovo. Le case fanno ombra, e me ne servo. Sono sudato, sento la pelle nuda delle spalle bruciare. Mi rimetto la maglia, per entrare in una drogheria a comprare una birra. Esito sulla porta: dentro è quasi buio, e a quest'ora i negozi son chiusi. Una voce dall'interno mi dice il contrario, così spingo la porta, ed entro spostando con il petto e la testa collane di perle di plastica che non vedevo più sin da quando, bambino, andavo nei negozi a rubare mele rosse.

C'è odore di antico, nella drogheria. Di detersivo per i piatti e latte, di lucido da scarpe. Dal retro, dove vedo un uomo mangiare in canottiera e una bottiglia di vino sul tavolo, arrivano odore di pasta al sugo e suoni di notiziari radiofonici. Prendo una birra, pago e ne ricevo un sorriso sdentato e buono.

La birra l'apro poco più avanti. Di fronte ad un passaggio a livello. So dove sono, ora, ci son passato in macchina tante volte. Ma ho un pensiero, ora, arrivato senza bussare e chissà da dove, che mi fa paura.

Bevo un sorso, guardo a sinistra ed a destra della strada.

Rotaie.

Quant'è folle?

Quant'è pericoloso?

Nei libri lo fanno, l'ho letto. Libri di una volta, avventure di una volta, personaggi di una volta. Ma adesso è diverso. Chissà quanti cavi elettrici scoperti e pericolosi, ci sono. Di là non ci passa nessuno, e così nessuno si preoccupa di mettere in sicurezza una strada che è solo per i treni. E ci saranno punti dove non c'è spazio che per i treni.

E se ne arriva uno?

Cosa faccio?

E che senso ha, farlo?

La strada è là, so qual è so dove porta. Un'ora, poco più, per arrivare a casa. E sono stanco, e fa caldo. Perché dovrei farlo?

E se questa fosse follia, se si cominciasse così?

E perché, cazzo, perché non riesco a non farlo?

Finisco la birra. Getto la bottiglia vuota nel cestino vicino al marciapiede. Scelgo la direzione senza bussola, non l'ho e non mi serve: sono le mie strade, queste, so da che parte è la mia casa. E' solo la strada, questa, che non conosco. Piglio verso sud, sui binari.

A terra, di fianco ai binari, i cavi elettrici ci sono davvero. Enormi. Serpi minacciose forse addormentate. Ma durano poco, finiscono appena mi lascio davvero alle spalle il passaggio a livello. Poi non c'è altro che binari, pietre, traversine di legno. E alberi.

Tutto attorno non ci sono altro che alberi.

Fossi andato nell'altra direzione avrei visto case, paesi. Ma in questa, la mia, ci sono solo boschi, e i binari li attraversano.

Procedo cauto. I timori, irrazionali, gli stessi che avevo prima di decidere, cercano di farsi concetti, parole, così sto attento a dove metto i piedi. Dei treni non mi preoccupo. In questo silenzio irreale li sentirei sin da lontano. Sono sicuro che ne sentirei la vibrazione sotto ai piedi, anzi. E dev'esser pure bello, penso.

E' una linea da nulla, poi, questa, ci passano pochi treni, per lo più trasportano merci, metallo. Quando ci penso, quando mi viene in mente che potrei incrociarne qualcuno, guardo a lato della massicciata, cerco di capire cosa deciderei di fare. Un metro al di là delle rotaie la massicciata scende ripida verso il bosco. Sui sassi sicuramente rischierei di cadere in mezzo ai rovi e magari in fondo a fossi di spine. Ma ci sono degli alti pali, ficcati in robusti basamenti di cemento, lungo la ferrovia. Quelli che guardo sfilare quando viaggio in treno. Userei quelli, dovesse passare un treno, mi metterei là aspettando che passi.

Chissà il macchinista, mi chiedo, non avrà mai visto nessuno camminare sulle rotaie: dovesse vedere me, sempre che la velocità gli permetta di vedermi, chiamerebbe forse le forze dell'ordine. Sai che novità.

Sentieri, ecco. Quelli, a lato della massicciata, proprio non ci sono. Fintanto che i timori, irrazionali, restano, allo stesso modo è presente anche un'istintiva ricerca di un modo per andarmene. Un sentiero. Ma non c'è, non ce n'è nemmeno uno.

E' bello, però, qui.

E' camminare senza vincoli e confini. Il fatto che la strada, il tracciato, siano obbligati, e senza possibilità di variarli, non basta a intaccare la sensazione di libertà. Per nulla.

Penso, di nuovo, a quella domanda: Di chi è la Terra?

Anzi: Di chi è il Mondo?

Ci cammino attraverso. L'avrà fatto, Tom Sawyer? E Huckelberry Finn? L'avrà fatto? Woody Guthrie, cantore dei camminatori, l'avrà fatto? Antonio Machado? Ernesto? E Bruce, Bruce Chatwin, anima inquieta e dolce e curiosa?

Sì, e molto di più. O non questo, ma molto altro, molto più che questo. Bisogna camminare la libertà per scriverla, per metterla in versi, per cantarla, suonarla.

Quanti pensieri, ora. Come nel bosco, prima. Diversi, ma allo stesso modo privi di un punto di riferimento che paragonandosi a loro possa farmeli definire lenti o veloci. Ci sono, e basta.

Scrivere, comporre versi, cantare, suonare.

John Garcia.

I Kyuss.

Quell'aggressione dei sensi nel bosco, questo fiume di libertà.

Gli scrittori cercano di descrivere tutto questo, i poeti cercano di metterlo in versi, di renderne la sensazione. La musica dovrebbe cercare, dovrebbe volerlo, di salire dove narrativa e poesia non sono arrivate: rendere il suono. Non della libertà, l'uomo non ne ha i mezzi, gli strumenti. Ed il linguaggio è solo convenzione, tentativo, codice. Ma il suono che la libertà dà, dentro, la vibrazione che ne viene, quella sì.

Magari accendendo menti e strumenti nel deserto.

E attorno, qui, null'altro che boschi. Rotaie davanti agli occhi, rotaie alle spalle, mi voltassi a guardarle. Lo faccio, non ignaro di quel che ne proverei, ma proprio per provarlo: non c'è ritorno, penso, la strada a questo punto è la stessa tanto davanti quanto indietro, così non c'è modo e verso di tornare sui miei passi, devo continuare.

E lo faccio. Perfino più libero. Ogni timore, sulla strada della libertà, scrolla di dosso il peso dei legami. Ad ogni timore, fattolo cascare sfidandolo, ci si ritrova perfino più leggeri e liberi di un attimo prima, quando pure ci s'era già stupiti di sentirsi liberati. E' sempre meglio, ogni passo libero procura libertà nuova.

I binari non li guardo più, non ho timore di posare il piede senza guardare dove lo metto. Guardo in alto, la striscia di cielo tra le sponde d'alberi che fanno da argini al mio fiume di rotaie. E' pomeriggio, ma chissà che ore sono. Poi guardo avanti. E ne resto spiazzato, tanto che se non inciampano i piedi lo fa, per un attimo, la razionalità.

Macchie di colore. In movimento.

Macchine.

Attraversano i binari.

Per un attimo, prima di decifrarle, ho istintivamente temuto per me. Come se già i binari m'han fatto loro, e mi sembra ovvio che a percorrerli non possano essere altro che i treni, così quel movimento laggiù dev'essere per forza un treno ed io devo mettermi al sicuro.

Invece son macchine. La ferrovia attraversa di nuovo una strada.

Sono a Brenna.

Quando la strada attraversa la ferrovia non c'è da guardar nulla, se le sbarre sono alzate. Ma a me tocca, adesso, guardar di qua e di là per non finir sotto ad una macchina. Potrei lasciarla ora, la ferrovia, rimettermi per strada. Ma mi dimentico di pensarci, di ricordarmelo, e vado avanti.

Non c'avevo pensato: fuori dalla geometria, dentro la realtà. la linea più breve che unisce due luoghi non è quasi mai una strada, quanto piuttosto la ferrovia.

Sto accorciando. Sì.

Solo a piedi, potessimo ovunque metterli, faremmo ancora prima, se ci fosse permesso di attraversare strade e proprietà e campi e giardini.

Se non ci fossero confini.

Finirà, tutto questo. Per un attimo ci penso. Sarà bello, bello essere arrivato a casa per una via così nuova. Ma poi sarà finito. Sarà più il piacere od il dispiacere?

Qui, almeno, non devo sentir parlare di melanomi e carcinomi. E non devo mostrare e dimostrare, maledire stanco la stanchezza che mi deruba.

Qui posso camminare.

E se lo facessi per sempre?

Dov'è il dio dei binari? Quello dei vagabondi? Quello della libertà? Quello dei parolai? Posso? Posso farlo per sempre? Compro uno zaino, un sacco a pelo, cammino da mattina a sera, guardo, penso, datemi solo di che lavarmi e mangiare e bere, io in cambio vi scrivo quello che ho visto, una volta al giorno, alla settimana, al mese. Ma dove cazzo siete? Non ve ne frega, vero? Di farvi raccontare quel che voi già sapete e noi no?

Nessun dio risponde.

La impareremo, la lezione?

Ce lo riprenderemo, il Mondo che ci spetta, legittimi padroni pro-tempore e non schiavi d'illegittimi predoni? E la Terra? E la libertà? Su sentieri di zoccoli e lepri, su rotaie vergini di scarpe e passi, ce le riprenderemo?

Perché intanto arriva un passaggio a livello, un altro. Rallento.

E se continuassi per sempre?

Posso?

Dove i binari affettano l'asfalto d'una strada percorsa ogni giorno in macchina ed in bicicletta volto il capo tra l'Oriente ed il Settentrione, nel collo il goniometro dell'aria di casa. Alzo gl'occhi ed è lui: il Monte Resegone.

Sono a casa, un chilometro ancora.

Lascio le rotaie, ripiglio la strada.

I Kyuss suonano Whitewater.

Ed è di nuovo vento e lava e cascate di suoni, come ogni volta, come quella prima volta da ragazzino.

John Garcia canta.

Spalanco le braccia, e i miei occhi si bagnano ancora, sulla strada di casa.

 

Oh, Sunshine,

The loving beauty pass me by

Should I waste my time

in your valley, beneath your sky?

Ah,

I am home

You move your own mountain

The trees have grown,

trees have grown

Now it's over

now it's over

And I'm coming home

Ah,

I am home...

 

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Taken on March 29, 2011