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Il vero miracolo non è volare in aria o solcare le acque, ma camminare sulla terra (Thinkin' about Lin-Chi) | by Mr.Connor
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Il vero miracolo non è volare in aria o solcare le acque, ma camminare sulla terra (Thinkin' about Lin-Chi)

A Place To Call Home

 

Quand’ero bambino sognavo di salire fino a Machu-Picchu. Avevo visto quelle cime, quei templi fuori dal tempo, in uno sceneggiato che mamma guardò per qualche giorno. L’abbandonò poi per mesi, fino a vederne le ultime puntate. Quelle in cui un uomo, un professore, lasciò la vita d’incomprensioni che gl’era toccata e salì lassù per star solo, per cercar se stesso. S’uccise lanciandosi nel vuoto. Guardai quel volo, il suo volo, senza nemmeno togliermi di dosso lo zaino. Ero appena tornato da scuola, e passai infiniti minuti osservando quelle cime avvolte dalle nebbie e dall’oblio, quell’uomo che guardava il cielo per non guardar più la terra, i propri piedi. C’andrò, pensai, io c’andrò. E diventerò professore. Mamma mi guardava, forse s’aspettava le facessi una domanda su quel che avevamo visto insieme. Ma non ci fu nessuna domanda, nemmeno quella volta. Passammo la nostra vita così, io e lei, io la mia e lei quel che le restava della sua: senza mai farci una domanda, mai una di quelle importanti. Per le futilità c’era verso di farsene molte, per le cose importanti ci limitavamo a guardarci. Credo ci siamo sempre capiti, così.

Lo sospettavo già allora, da bambino, che la vita non sarebbe stata un granché. Non facevo che sentirmi dire ch’ero ciccione ed imbranato, buono solo a leggere libri, e che se avevo imparato a quattro anni era solo perché stavo già mettendo il mio culo al sicuro. Quando s’andava a castagne od a funghi il gioco di papà e degli zii e fare in modo che mi perdessi, cosi che loro, nascosti qualche albero più in là, potessero ridere delle mie lacrime di paura. Non m’aspettavo nulla, dalla vita, salvo tristezza e fatica. Non pensavo che la vita fosse solo questo, un pensiero così m’è venuto solo molti anni più in là, guardando le vite degli altri quando ridono: quel che pensavo allora era che la mia vita, e solo la mia, non sarebbe stata mai immune da quel che già allora provavo: desolazione, difficoltà, negazione, solitudine. Raccoglierne le prove, nei trent’anni che son poi passati, non m’è mai servito per scoprirlo, questo, ma solo per averne un disegno meno impreciso, più concreto. Non ci sarà nessun Machu-Picchu, per me, lo so da tempo, e non è un gran male, forse, visto che non ho il talento necessario per uccidermi lanciandomi nel vuoto. Al solo pensiero, poi, del dolore che proverebbero papà e le nipotine, beh: no, non avrei comunque il coraggio d’ignorarli, d’ignorare il male che proverebbero. Ne proverebbero, insomma, credo. Non ci sarà nemmeno Angkor-Wat, per me, non andrò in quella valle incantata ed aliena a chiuder gl’occhi carezzando templi eretti da uomini la cui lingua è ormai dimenticata e che mi guarderebbero, vivi anche da morti, con espressioni severe, indecifrabili ora che il mondo è cambiato ed i vòlti delle persone parlano un nuovo linguaggio ed han dimenticato quello più antico di chi viveva tra gl’astri e le architetture che li celebravano. C’è Consonno, per me, semmai. Dopo ventidue di fatiche inutili e rincorse spacciate in partenza, di miserie umane scambiate per virtù, di confusione ignorata per non guardarla negl’occhi. Così ci vado.

Per un lungo tratto, dopo la superstrada ch’era il mio unico panorama quando stavo in fabbrica, costeggio fiumi e laghi. Quello di Pusiano, quello di Garlate, quello di Lecco. E l’Adda. C’è nebbia, nebbia densa, ma l’aria non è così fredda da impedirmi di contare le barche arenate a pancia all’aria lungo gli argini. Ce ne sono molte, davvero molte, un angolo di Brianza che i cultori della fuga verso la Metropoli Infame ormai ignorano. Sta nel profondo della sottocultura della provincia, la fuga verso quella cloaca: si comincia da ragazzi, quando s’ha solo il motorino e si sogna d’andare “a divertirsi” in città; poi ci si compra macchina e patente, ed in quella città ci si va davvero, a far finta d’essere quel che non si è, a cercar di somigliare a quei bipedi che, nati in città, a chi è nato e cresciuto in provincia sembran sempre qualcosa di più e di meglio. Si spendon soldi e vite, così, si bruciano intere identità, nemmeno ancora costruite, mai del tutto consapevoli, sull’altare della movida. A volte si torna morti, sempre si torna cambiati, prossimi a diventare quel che non si sarà mai e senza nemmeno sapere cosa si starebbe smettendo d’essere. Qui attorno, nel silenzio di una gelida mattina domenicale, ci son solo barche e canneti, ponti di pietra. E su tutto, sopra a tutti, le colossali Grigne, strapiombi feroci di duro granito e ghiaccio superbo, e tolgono il fiato, ma nessuno le guarda. Le indicazioni stradali, quando trovo la svolta che deve portarmi lassù, nella più misera Machu-Picchu del mondo, dicono che dovrò affrontare una decina di tornanti. Mai venuto, qui, mai visto quel presuntuoso borgo in rovina: quel che vedo, alla prima curva, quando la strada già sale ripida, è una sbarra che impedisce di continuare e diffida dal farlo. Così proseguo a piedi.

Lo dico e me lo dico da molto, da quando m’è giunta voce della sua esistenza. Voci indipendenti l’una dall’altra, in una sincronicità che ne ha fatte un coro. Così lo dico e me lo dico da molto: andiamo a Consonno, andrò a Consonno. E prima che ne sentissi parlare sentivo lo stesso bisogno di andare da qualche parte, già sapendo che non l’avrei fatto mai. Per lo stesso motivo per cui dico di volerlo fare, per lo stesso motivo per il quale ne ho bisogno: perché non ne ho le forze, non ho quelle necessarie per andarci, Né quelle, quasi più ingenti, che mi servono per volerlo. E neppure, soprattutto, quelle necessarie per volere qualsiasi cosa, o persona. Quelle che mi servirebbero per capire se ancora sono in grado di volere qualcosa, se a trentasette anni riesco a volerne una per me. Così comincio a camminare, obbligato, disgustato. Al primo tornante incontro un gruppo di ragazzi che scendono nella direzione da cui io arrivo. Avran vent’anni, credo, o pochi di più. Decido di guardare altrove e ignorarli, e sembra funzioni. Poi mi parlano, e sembran meno peggio di quel che dovrebbero essere. Mi chiedono se io sappia quanto ci voglia per arrivare in cima, alle rovine. Rispondo ch’è la prima volta che ci vengo, che non lo so. Da solo?, mi chiedono. Sono un bel gruppo, loro, si vede che son complici, che si voglion bene, che stan facendo qualcosa che li tenga insieme. Devo scattare qualche foto, rispondo. Noi scendiamo, mi dice uno di loro, il più brutto e robusto. Avete fatto due tornanti ed avete rinunciato?, chiedo. E non voglio né offendere né deridere. Sapessi sorridere capirebbero che mi stan simpatici. No!, mi risponde un altro dei ragazzi, andiamo a mangiare qualcosa poi torniamo, il navigatore satellitare dice che dev’esserci solo un altro chilometro. Io giro lo sguardo sulle cime nascoste dalla nebbia. Il dislivello dev’essere di almeno settecento metri, forse molti di più, e non esiste certo una strada che dritta come un righello porti dalla valle alle cime, quindi la strada sarà ben più lunga di un chilometro, e sicuramente sarà ripida. Li saluto, ricomincio a camminare. Dopo pochi passi sento una voce, la voce dell’unica ragazza del gruppo, chiamarmi. Ehi!, dice. Mi vòlto. Il fatto è che non ce la facevamo, insomma!, mi dice la ragazza. Ha i capelli sottili come stoppa, ed è troppo magra ed alta, ma ha un bel sorriso onesto ed un bell’apparecchio dentale. La saluto con la mano, lei fa altrettanto e torna a scendere con i suoi compari. Io torno a salire.

Mi dovrei domandare cosa farebbero i fenomeni cittadini, i campioni dei navigli, damerini dalle giacche nuove, freschi d’estetista, su questa salita. Ma il pensiero che li riguarda dura meno d’un attimo. La realtà è che la salita affatica perfino me. S’arrampica all’improvviso, severa, spietata. Ho gambe e polmoni allenati dalle cime delle prealpi, le mie ginocchia e le mie caviglie sanno che dalle mie parti si fatica fino a quota mille, dove inizia la Dorsale, e che da quel punto in poi i sentieri han pendenze più dolci che s’impennano di nuovo solo in prossimità delle cime. Solo un anno fa ne salivo anche sette in un giorno solo, ed i montanari mi guardavano come fossi un personaggio da lasciare in pace, perché in montagna si va piano ed io invece andavo forte. Avessero saputo quanto ne soffrivo, quale sofferenza m’avesse spinto lassù. Quanto mi ferisca la mia incapacità d’andar piano. Io invece lo so, e maledico la mia fretta, la ferocia impaziente dei miei passi mentre salgo a Consonno, con due borse che si riveleranno preso tanto pesanti quanto mal assortite.

Ci sono, mi dico, sono arrivato. Sono stanco, il gelo dell’aria, così fredda da farsi più opaca delle nebbie ed impedirmi la vista del fondo valle, scalfisce a malapena la pelle del mio viso, delle mie mani. Il mio corpo, in realtà, brucia. Ma sono arrivato, credo, perché dopo l’ennesimo tornante, al culmine dell’ennesimo strappo, vedo il primo edificio. Una visione, in realtà. Una sagoma appena più scura della nebbia da cui sembra quasi prender forma e sostanza. Mi fermo, medito di fare qualche passo indietro fino al punto in cui di colpo quella sagoma indistinta sparirà. Impossibile, penso, perché ormai i miei occhi l’han vista, ed io so che c’è. Ma faccio comunque qualche passo a ritroso, ed il misterioso caseggiato sparisce davvero, di nuovo. Consonno, a prima vista, m’appare ed accoglie così. Perlustrato e sorpassato il caseggiato, però, quello che doveva essere la dogana che accoglieva i visitatori alla sorprendente Consonno, la strada è di nuovo null’altro che una stringa di nebbia nella nebbia, a volte cade qualche fiocco di neve che mi relegherebbe quassù a morire di freddo per tutta la notte, ma nuove case non ce ne sono, Consonno non appare neppure dopo la sua dogana.

Successe tutto almeno cinquant’anni fa, a quanto ne so: un temerario con troppi soldi da spendere decise, per guadagnarne molti di più, di comprare un intero paese e farne una fonte di guadagno senza precedenti. Dovette sloggiarne tutti gli abitanti, prima, ma quella era un’epoca figlia dell’era in cui i poveri non eran padroni delle loro case e delle loro terre: abitavano in quelle case per gentile concessione dei latifondisti che le lasciavan loro in cambio dei raccolti che quei poveretti strappavano alla terra. Credo si trattasse, quassù, soprattutto di allevamenti, in realtà, di carni e formaggi. Così il temerario non dové far altro che rintracciare i proprietari terrieri e acquisir da loro ogni diritto, a partire da quello di proprietà, su terre ed edifici dell’intero paese. Sfrattò dall’oggi al domani chiunque ci vivesse, e trasformò ogni edificio in un’attrazione che gliene facesse guadagnare danaro. D’importazione, senza dubbio: Consonno, nelle folli idee del temerario, doveva attirare milanesi e svizzeri, lecchesi e veneti, e magari ricchi stranieri. Fece edificare, sugli scheletri delle case già esistenti, alberghi e case da gioco, ordinò la costruzione di discoteche a forma di pagoda e casinò a forma di minareto. E quando tutto fu finito, costruito, edificato, arredato, si mise ad aspettare che arrivasse il danaro. A quanto ne so, a quanto ne resta, per quel che ne capirò poi visitando Consonno, il temerario si rivelò null’altro che un idiota sfortunato, e Consonno non vide mai l’ombra dello sfarzo che quell’uomo pretendeva gli portasse ricchezza e celebrità. La dogana abbandonata, il nulla che ne segue, sembran parlar di tutto fuorché di ricchezza.

Salendo, ed ora la strada è meno ripida, raggiungo subito dopo il cartello che segna l’inizio del paese. Poche centinaia di metri più avanti, ma la nebbia me ne rinvia la scoperta fino a che non ci passo sotto, c’è un traliccio di tubi un tempo forse lucenti ma ora invaso dai licheni e corroso dalla ruggine. In cima al traliccio, ed a cavallo della strada, un cartello largo quanto la stessa strada dice:

CONSONNO E’ IL PAESE PIU’ PICCOLO MA PIU’ BELLO DEL MONDO.

A me non sembra. Vedo solo una sparuta fila di lampioni. In condizioni, però, diverse da come li ho sempre visti. Non perché ne manchi la luce: dubito che qui si tenga manutenzione da almeno quarant’anni a questa parte. La stranezza di questi tristi e cocciuti lampioni è che le lampadine non ci sono, e nemmeno i bulbi di metallo che le dovevano ospitare. Uno dopo l’altro, trovo solo lampioni decapitati, e per un attimo mi chiedo chi e perché sia venuto quassù a prendersi la briga di smontarne le sommità quando in realtà era più che sufficiente smetterne una manutenzione che probabilmente non è nemmeno mai iniziata.

Cammino sotto ad altri tralicci, nel frattempo. Uno dice:

A CONSONNO E’ SEMPRE FESTA.

Ed a me non sembra, proprio no.

CHI VIVE A CONSONNO CAMPA DI PIU’

Dice il successivo. Ma Consonno non era un luogo dove vivere, cari i miei bugiardi, penso. A Consonno non si voleva altro che una torma di visitatori pieni di soldi. L’ultimo cartello dice:

QUI, CONSONNO, TUTTO E’ MERAVIGLIA.

Io vedo solo lampioni mozzati per un rituale macabro ed insulso quanto la seconda genesi del paese. E poi vedo Consonno.

La vedo scegliendo una direzione a caso, confuso e spaventato, quando raggiungo le prime pietre, le prime mura. Trovo colonne disposte a quadrilatero, nessuna parallela all’altra ed ognuna ancora in qualche modo eretta. S’elevano tra rovi e tronchi marci, ed immagino conducano a qualcosa d’altro, ma ferendomi le mani non faccio altro che raggiungere nuovi quadrilateri colonnati, tutti nelle stesse condizioni, ognuno sbilenco, ed intuisco che ognuno di quei quadrilateri formi il vertice d’un quadrilatero più grande, anche se la nebbia mi confonde ed allora se non c’è un angolo che non avrebbe senso d’esistere dev’essere che i quadrilateri eran cinque, non quattro. Un pentacolo di colonne in gruppi di quattro, forse, e mentre cerco di scovare tra la vegetazione il quinto gruppo sento, e non è un istante, come racconta chi non ne sa nulla, non è un istante ma un lungo momento del quale si vive ogni frammento come durasse molto più a lungo, a dispetto d’una somma ch’è pari solo a quella d’un attimo, sento i miei piedi scivolare alla faccia della mia agilità e delle mie reazioni, ho perfino il tempo di pensare a come salvare le borse e quel che contengono e intanto cado, cado più sotto, in un sotto che i rovi avevan celato. E mi ritrovo aggrappato, ma il cielo è di nuovo sopra di me, a quello stesso ramo fradicio che aveva cercato di mandarmi a gambe all’aria e che quasi stava per farcela. Mi trascino fuori dalla mia umida sepoltura, certo creata da vecchi scavi, per un attimo tra la cortina di rovi e foglie fradice vedo, a pochi passi da me, la sagoma d’un cane pezzato. Anche lui mi vede, m’ha certo sentito. Non s’avvicina, né si volta a guardarmi: si limita ad un’occhiata dall’occhio che il caso ha voluto stesse dalla mia parte, e quando torno a mettere i piedi a terra il cane non c’è più. Al centro del quadrilatero ipotetico, sempre non si tratti d’un pentagono, c’è solo un intrico di rovi e vecchi alberi così fitto che nemmeno la nebbia può competere con la sua oscurità: lo decora, ma non serve il suo aiuto per rendere impenetrabile alla luce ed allo sguardo quel groviglio di spine. Chissà cosa cela, mi chiedo, chissà cosa c’è là sotto. Ma intanto vado altrove, e raggiungo altri palazzi.

Quanto folle è stato quel progetto, quanto impietoso verso la gente e folle. La nebbia m’impedisce di vedere le cime dei palazzi che incontro, così per sapere se sian alti due piani od uno o molti di più devo ogni volta addentrarmici e raggiungerne le sommità. Logica vuole che nessuno di questi palazzi, trattandosi di luoghi di divertimento e non di residenze, sia davvero molto alto. Il punto più alto, credo, si trova in cima a quella ch’era certo una casa da gioco, probabilmente includendo nello svago qualche puttana d’altri tempi ma moderna per quegli anni: ci son stanze che dovevano accogliere molte persone e tavoli, ma ce ne sono altre, sul retro, ognuna munita di bagno e riservatezza ma tutte così piccole che non ospitavano certo nulla più che un letto. Salgo tra calcinacci e macerie fino all’ultimo piano, dopo essermi rifatto gli occhi con i murales che i volenterosi han lasciato qui per ricordo del loro passaggio. Altri ricordi, disgustosi, sono i cumuli di spazzatura che il popolo dei rave-party lascia ovunque passi. Il clima, gelido e nebbioso tutto l’anno, e lo stato d’abbandono di quel che trovo, mi dicono che l’ultimo raduno di questi novelli borghesi vestiti da ribelli dev’esser di molti mesi fa. Spero sia stato l’ultimo. All’ultimo piano, dopo infiniti stupendi disegni murari, attraverso un ballatoio e già son curioso di discendere dall’altra parte, dove pare ovvia la presenza d’un’altra scala. Ma il popolo della spazzatura ha lasciato un altro ricordo, rimuovendo metodicamente un intero tratto di ringhiera: non se ne può sospettare l’esistenza, in questo modo, l’occhio dice che oltre quel passo dev’esserci un gradino, ed invece del gradino c’è una caduta di quattro metri fino ai vetri infranti ed alle masserizie sfasciate del piano di sotto. La cupola del minareto, finalmente raggiunta, ospita nebbia perfino al suo interno. Insieme ad una scala metallica verticale che conduce fino alla cima. Da lassù, ora che che ci sono arrivato, non si vede altro che nebbia. Così fitta da nascondere non solo la valle, ma perfino le stesse costruzioni di questo paese stupido ed insensato.

L’unico edificio che nella sua architettura richiama un precedente e civile utilizzo doveva essere una scuola, prima della folle idea che mutò questo paese in un’idiozia e queste mura in quella d’un albergo. Se Ramsey Campbell ha infilato tra le sue pagine la fermata di Crouch End, se King ha nascosto i propri vampiri a Salem’s Lot, così bene che da bambino sognavo di ritrovarla, se Lovecraft ha edificato nel Rhode Island Dunwich ed Innsmouth, facendo della prima una città di campagna e dell’altra un maledetto porto, allora l’albergo abbandonato in cui entro è l’Overlook Hotel quale sarebbe se non avesse saputo difendersi da sé, lOverlook Hotel devastato dall’ignoranza del popolo della notte. L’unico che abbia mai visitato questi posti, senza che quel folle che ha voluto far di Consonno una bisca ne abbia mai guadagnata una lira. L’attraverso tutto, l’hotel, tra finestre spalancate e sinistre, porte divelte appese ad un sol cardine, scale buie, angoli illogici che all’improvviso riempiono lo sguardo, quell’angolo dello sguardo che sta appena al di là dell’attenzione lucida e logica, appena al di qua del punto dove non verrebbero viste e non potrebbero far così tanta paura. Ad ogni passo mi dico di tornare indietro, ad ogni passo m’obbligo senza saper come a continuare, finché mi perdo, e mi perdo cercando do tornare indietro, e quando trovo l’uscita la trovo dove non l’avrei mai cercata, ed attorno è solo umidità ed ombre, desolazione. Per un attimo, ma è un attimo tardivo, arrivato troppe ore dopo, mi domando come mai in tutte quelle rovine, perfino in quell’albergo dove i mobili sfasciati eran zuppi d’umidità, non ci fosse muffa. In nessun luogo, in nessun modo.

E me ne vado. Me ne vado perché non starei in questo posto un solo minuto, m’offende. Me ne vado perché non mi basterebbero mille ore a fotografarlo tutto, ed invece ho dimenticato a casa, obbligandomi ad esser qui, obbligato semmai ad esserci, beh: ho dimenticato a casa l’unico obiettivo, quel maledetto e altrimenti inutile trentacinque millimetri, che adesso mi servirebbe. Ed a casa ho dimenticato anche la vecchia e fidata Voigtlander che senza esposimetro e messa a fuoco e con il suo quaranta millimetri di quell’altra epoca m’avrebbe fatto stare in uno sguardo ogni cosa avessi visto. Me ne vado perché è un insulto che io sia qui da solo, un insulto, finalmente lo so, che non insulta me ma altri, e nemmeno san d’insultarsi. Scendo, mi lascio alle spalle lampioni decapitati e ruggini ridicole, e quando mi volto per un ultima volta verso le rovine il cane pezzato è lì, a pochi passi da me. Mi guarda, e sembra guardi oltre. Non così oltre da non vedermi. Mi guarda con quel suo occhio apatico e ottuso con cui m’aveva guardato prima, e mi guarda con quell’altro occhio che prima non gl’avevo visto, una biglia opaca e traslucida, sporca, una sfera aliena gialla di cataratta ma che l’aria malata di Consonno mi fa apparire quasi azzurra, vitrea. Quanto m’hai seguito, penso, ore, tutte queste ore, e perché? Fa un altro passo avanti, il cane, la bocca socchiusa, lo sguardo sempre identico, sempre oltre, sempre qui. Me ne vado, sì, e sento, appena più in giù, rumore di zoccoli, un verso che credo debba appartenere ad un caprone. Ma quando son salito quassù non ho visto capanni ed allevamenti, e scendendo continuo a non vederne, e dev’esser la nebbia, penso, certo. Sì.

Scendo in macchina l’ultimo tratto del pendio, poi cambio strada e ignoro quella di prima, e penso a quel bambino a cui insegnarono ch’era brutto e imbranato, impedito e spacciato. Penso un po’ anche a quel che ho fatto in questi vent’anni, a cos’ho patito negli ultimi due. Poi di nuovo al bambino, e poi di nuovo a me. Un’altalena che inizia da sé e da sé prosegue. E guardo strade mai viste, m’oriento a sentimento, vedo di nuovo laghi e fiumi, e barche e ponti, poi mi fermo in riva al lago grande, che ci sono arrivato per scommessa, il bambino ce l’ha fatta di nuovo, non si perde. Compro una birra, bevo in riva al lago con due marocchini. Da dove arrivi, mi chiede uno. Da lassù, gli rispondo, indicando la montagna. No, dice lui, sorridendo: di dove sei. Bevo birra, guardo il lago, e penso. Alla città ed ai suoi squallidi navigli che a parlarne male si passa per deficienti, penso a quella città ridicola ed ai suoi navigli insulsi, penso ai suoi stupidi bellimbusti che si vestono con i soldi di papà e penso a chi è così stupido da correr loro dietro e li difende, navigli e bellimbusti, una squallida fregola tra ebeti, e penso a quando han tentato di linciarmici e gl’è andata male, e penso che non ce l’ha fatta, la città a farmi diventare quel che non sono, cazzi suoi; poi penso alla provincia, penso a questi ventidue anni fottuti in una fabbrica, penso che se non hai una fabbrica, qui, non è una sfortuna ma una colpa, ed allora vacci a lavorare e non rompere i coglioni, e la sera ti conviene far saltar fuori i soldi perché sennò con le mie figlie non ci scopi e con i miei figli non ci esci perché loro vanno a Milano e con le mie figlie non ci scopi perché loro vanno ai navigli, ma poi ce li si fotte lo stesso, perché son provinciali, e quando han bisogno di fumo e di cazzo e quando han finito i soldi in cocaina milanese e non posson dirlo a papà ci vengon lo stesso qui, solo che adesso le fabbriche son chiuse, e allora nulla, tutti con il culo per terra, i provinciali che si fingon milanesi manco fosse una virtù e pure quelli, quello, che non voleva piegarsi al gioco, e penso che la provincia però no, non ce l’ha fatta, non m’ha fottuto nemmeno lei; e mi dico che son stato bravo. Ma poi penso che se non ho piegato capo e culo alla città ed alla provincia allora non sono di nessun posto, non potrò stare in nessun luogo, chiamarne casa nessuno. E poi penso a questi vent’anni di storie, un grappolo di capezzoli e di sorrisi, una croce sempre pronta e quando non ci son salito mi ci han messo, perché io amo mettendomi in croce ed altri amano crocefiggendo, e l’esito è sempre lo stesso, ed è stato tutto uno spreco di tempo e di lombi e di tutto il grappolo non vedo un acino che sappia ancora di nettare, un solo capezzolo che ancora stilli latte. E se il bambino che si perdeva nel bosco si perde solo quando sta fermo, se gl’hanno insegnato a star sulla croce ma sulla croce gli vien mal di schiena, se comparse incapaci di vivere gl’han cercato d'insegnare che la colpa è sua e non loro, se non l’ha comprato la città, quel bambino, e non è riuscita a venderlo la provincia, allora il suo posto, il mio, è nelle scarpe. Perché siamo creature di terra e ci torneremo pure, sotto terra, non siamo uccelli, non c’è poesia a dire vorrei essere gabbiano per volare, volano anche le cimici, e non siamo cavallucci marini, non respiriamo sott’acqua, lo fan meglio le cozze, e allora io vivo nelle mie scarpe, i miei piedi mi son compagni, e amo come voglio, non cerco salvezza su una nave da crociera o su aerei diretti a capitali che faccia lustro raccontare d’averci scopato un quarto d’ora: non ho ali per volare come gl’aerei e non ho pinne per nuotare appresso ai transatlantici, ma cammino, porca troia, cammino, e chi non ne è capace mi si levi di torno, cammino sette cime al giorno, tengo i piedi per terra e non mi convincerà mai più nessuno che tenere i piedi per terra è dei vili che non san volare e nuotare, tengo i piedi per terra perché è il posto dove stan meglio, e pure io, e il marocchino ride con l’altro, e mi chiede se mi sono dimenticato da dove vengo, e rido anch’io quando gli chiedo la stessa cosa e lui mi dice che viene da dove ha messo le scarpe l’ultima volta, e ridiamo tutt’e tre, in riva ad un lago di povere tinche che nuotano nel fango, sorvolato da tristi piccioni che banchettano tra mozziconi di sigarette.

Fremono i piedi e fa un freddo cane, porca puttana, un magnifico freddo cane.

 

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Taken on February 27, 2011