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yairbirds 9:34am, 20 November 2010
Cos’è allora il Natale?

SALVATORE MANNUZZU
I PROFUMI DELLA VIGILIA DI NATALE
Da moltissimo tempo fatico a chiudere i conti col Natale. Diciamo da quando sono arrivato all’età adulta, fra la prima e la seconda metà del secolo scorso. Anzi l’insorgere d’una tale angustia mi sembra adesso un saluto della vita, della mia vita, finite per sempre la fanciullezza e l’adolescenza. Ricordo come è iniziato: o - forse più vero - come è diventato esplicito. Era la sera della Vigilia, già buio, uscivo da una casa amica e mi dirigevo verso casa mia, che era ancora quella di mio padre e di mia madre. D’un tratto - non so se collegarlo a un rumore della strada quasi deserta, al suono d’una radio mentre passavo, a un piccolo scoppio di festa, nel silenzio - mi aveva investito un terribile, credo mai provato senso di solitudine e di infelicità; d’infelicità senza motivo, senza nome: ne avevo sentito l’ala su di me e subito si era rivelata, intera, mi ci ero trovato dentro: avvertendo che malgrado tutto, tutto ciò che avevo e che non mi veniva tolto, non poteva esserci rimedio. Sono momenti che passano, senza mai passare del tutto; che placandosi - e presto si placano, vengono coperti da altro, l’attenzione se ne distoglie naturalmente - lasciano degli strascichi: non vengono mai digeriti per intero.

E difatti un successivo Natale il malessere doveva manifestarsi proprio così, fisicamente, addirittura (come si dice) somatizzandosi. Era ancora la Vigilia, prima di cena, e finivamo un qualsiasi poker di figli di famiglia in una casa che non solevo frequentare: poste praticamente nominali, mi sembra che io nemmeno giocassi. Ed era una decaduta, mal illuminata casa di signori paesani ai quali restava abbastanza denaro; un ambiente disadorno che era insieme studiolo e stanza da letto di giovanotto (con tanto di armoir dal grande specchio maculato). Pretesto fu un marron glacé: uno solo, portato alla bocca distrattamente quasi al momento d’andare via. Mi rimase sullo stomaco fino a tarda notte; e in qualche modo oscuro io cominciavo a capire che era solo un segno. Tornava lo stesso senso gratuito di vuoto, di perdita, la stessa indefinibile, nuda tristezza, da cui non c’era vera guarigione, che poteva essere solo mescolata ad altro.

Ci si fa il callo? Come a tutto. Ma da allora pensavo al Natale, quando si avvicinava, con uno strano malumore, con una anomala paura. Come si trattasse d’un nodo, un nodo morto, che a lungo mi ero ostinato a sciogliere, ripetutamente, e che a ogni tentativo diventava invece sempre più stretto.

S’intende che non era stato sempre così. Anzi prima, molto tempo prima, mi succedeva il contrario; non ci sarebbe altrimenti materia di racconto. Se mi chiedessero di nominare i momenti di gioia più pura della mia vita - non quelli più importanti, nemmeno quei rari momenti che forse potrei proporre a mia difesa nel chiedere misericordia - è a qualche lontanissimo Natale che dovrei tornare. Nei ricordi d’una esistenza che è già durata troppo, nulla rifulge con la stessa limpida e misteriosa luce. Non vorrei essere frainteso: la nascita delle mie figlie, per esempio, con lo straordinario sbigottimento che mi aveva preso ogni volta, dentro un mondo che non pareva minimamente cambiato, deve stare su un gradino più alto: ben più alto rispetto alla meraviglia provata da bambino per il mio primo presepio. La realtà è che quell’indicibile meraviglia, - davanti a una grotta fatta di asparagina su cui erano posati pochi fiocchi di cotone, alle rozze statuine di gesso, al tremolare della fiamma d’una minuscola candela - sta fuori da ogni scala della mia vita, come in seguito doveva diventare. Non ne so più nulla: se non che c’è stata.

Così ogni anno cresceva anche l’attesa del Natale: con la stessa magia. Il primo odore dei mandarini, il fumo del caminetto che la domestica stentava a riaccendere, il battere sghembo d’un po’ di nevischio sui vetri, ne erano l’annuncio, portatore d’una lunga, fiduciosa contentezza. Quanto doveva durare, tutto questo? All’incirca sino alla fine della guerra. E anzi la povertà della guerra ne costituiva un ingrediente naturale, necessario...

Capisco adesso, dopo questo esercizio di memoria, che il malumore di cui ho cominciato a dire non è altro che senso di perdita del Natale: d’ogni Natale possibile e d’un intero mondo. Ma sarebbe sbagliato riferire la colpa della perdita solo alla religione dei consumi: che nel frattempo si è instaurata e che certo ne costituisce lo scenario ideale. Tale religione, con le sue mistificazioni, era di là da venire quando io avevo subito quell’antico, rivelatore urto d’una infelicità e d’una solitudine ignote. No, temo (anzi so), la profanazione viene prima: è ben più complessa e sottile, insieme semplice: genericamente mondana; e sono questi suoi caratteri a renderla quasi invincibile. Perdiamo il Natale perché non sappiamo più cos’è, al di là d’ogni contingenza.

Cos’è allora il Natale? Andando a messa, domenica scorsa, ho visto sullo spiazzo davanti alla chiesa dei cartoni sparpagliati, che le automobili dei fedeli, compresa la mia, continuavano a investire. So bene cosa sono quei cartoni: sono il letto di qualcuno che passa le notti fredde e piovose di dicembre all’addiaccio, ridosso al colonnato. Ebbene: è nella sua povera carne viva che si è incarnato il Natale, per sempre; giacché qualsiasi cosa faremo o non faremo a questo sconosciuto - o ad altri della miriade di umani sofferenti - l’avremo fatta o non l’avremo fatta all’unico protagonista del Natale, al re vivente della Festa. È in quei cartoni sporchi e calpestati la culla sacra, la mangiatoia di Betlemme - la stessa che mi toglieva il fiato nei presepi della mia infanzia. Pensarlo mi dà, dopo tanti anni, una specie di conforto: quasi che il Natale non sia del tutto perduto, quasi che alla mia età si possa ancora provare a trovarlo. E mi viene da ricordare una frase che mia madre ripeteva sempre più spesso, negli ultimi non facili anni della sua vecchiaia: «Gesù ci sia per tutti».

(da “Avvenire” del 22 dicembre 2008)
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yairbirds 6 years ago
Natale

Mossi dal pensiero che esse non procacciano alla moltitudine un qualunque benessere cristiano di anima o di corpo - rispose quel signore - alcuni di noi si danno attorno per raccogliere un tanto da comprare ai poveri un po' di cibo e un po' di carbone. Scegliamo quest'epoca, come quella in cui il bisogno è più acuto e l'abbondanza rallegra.
CHARLES DICKENS, Canto di Natale
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yairbirds 6 years ago
“Natale” di Marco Lodoli:

“Anche quest'anno è andato tutto bene. Io ho avuto un paio di cravatte, un libro, l'ennesimo rasoio elettrico. I bambini hanno cominciato a giocare sul tappeto con i loro attrezzi elettronici, mentre mia moglie faceva girare gli aperitivi. A tavola, come al solito, abbiamo un po’ litigato parlando di politica, esattamente come ogni anno. La più grande delle mie nipoti, ha quasi diciott'anni ed è ribelle e arrabbiata come lo ero io, vorrebbe un mondo in cui tutti fossimo in pace, senza poveri, senza esclusi. Questa vita è ingiusta, ha detto, butta via la gente, la fa morire. Nessuno dovrebbe morire, ha gridato. Per riportare un po’ d'allegria a tavola, mio cognato ha raccontato come sempre due barzellette. Una era la stessa dello scorso Natale, ma nessuno l’ha interrotto. Dopo il panettone e il caffè, ci siamo sistemati sui divani per continuare a chiacchierare e bere un cognac. E dopo mezz’ora le parole sono iniziate a mancare ed è scesa la malinconia che segue la festa, qualche bambino sbadigliava tra i fogli accartocciati dei regali, e allora io ho acceso la televisione”.
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yairbirds 6 years ago
Torno a casa per Natale. Tutti lo facciamo, o dovremmo farlo. Tutti torniamo a casa per una breve vacanza – la più lunga, la migliore – dalla grande scuola dove siamo sempre al lavoro con i nostri conti, a dare e ricevere il resto.
CHARLES DICKENS



Quanti festeggiano la nascita di Cristo! E quanto pochi i suoi precetti! Oh! È più facile osservare le feste che i comandamenti.
BENJAMIN FRANKLIN
admin
yairbirds 6 years ago
Buon Natale

E se invece venisse per davvero?
Se la preghiera, la letterina, il desiderio
espresso così, più che altro per gioco
venisse preso sul serio?
Se il regno della fiaba e del mistero
si avverasse? Se accanto al fuoco
al mattino si trovassero i doni
la bambola il revolver il treno
il micio l'orsacchiotto il leone
che nessuno di voi ha comperati?
Se la vostra bella sicurezza
nella scienza e nella dea ragione
andasse a carte quarantotto?
Con imperdonabile leggerezza
forse troppo ci siamo fidati.

E se sul serio venisse?
Silenzio! O Gesù Bambino
per favore cammina piano
nell'attraversare il salotto.
Guai se tu svegli i ragazzi
che disastro sarebbe per noi
così colti così intelligenti
brevettati miscredenti
noi che ci crediamo chissà cosa
coi nostri atomi coi nostri razzi.
Fa piano, Bambino, se puoi.
Dino Buzzati


Senza neppure chiedersi il perché, la gente si smarrisce in quella strana atmosfera di allegrezza, di riposo, di poesia, di bontà e, data l'abitudine, trova tutto molto naturale; però c'è lo stupore, la incredulità. Come è possibile che esista un giorno così differente dagli altri 364 giorni dell'anno? Come si spiega che per l'occasione l'umanità si comporti esattamente al contrario del solito?
DINO BUZZATI
admin
yairbirds 6 years ago
ELIO FIORE
SPLENDE LA PRIMA STELLA
Splende la prima stella
della sera. Non sono solo,
Gesù, ci sei tu e
Pasternak mi ricorda
che è bene non essere famosi.
Tutti sono nel mio cuore,
e presto la tua stella
scenderà cadente sulla Terra. Fidati di me,
Gesù, ti canterò sempre,
per l'eternità. Il tuo miracolo
incessante, fino alla Fine dei Tempi.

(da “Famiglia Cristiana”, n. 51/1994)

.....

CARLO BETOCCHI
A SE STESSO, DI SERA, LA VIGILIA DI NATALE
Questo è il Natale, esulta, a questa lampada
misera in che si circoscrive il senso
nella stanza, stasera, del conoscere
vieto e dappoco e di quel che non penso

se non nella tristezza dell'esistere,
sotto il notturno nembo del Natale
ecco una luce che non ha l'eguale,
che nel provando e riprovar dell'anima
che in sé conosce lo stellato dire
del tutto che è nell'essere creatura
quale la fece Iddio nata a soffrire,

ma per Lui nata... Oh dolce mia natura
che risente del seme e vuol morire
nel bianco d'una nascita sicura!
.........


DAVID MARIA TUROLDO
LETTERA A NATALE
Dal ponte di Mont Blanc a Ginevra
Notte serena
santa notte
per ognuno
felice o maledetto che sia.

Possiamo dirci umani
almeno per una notte
ancora.

I fratelli di Milano
spezzino
il pane ai figli
della nebbia e del gelo.

A me basta un altare
e baciare
la pietra.

E gli amici di Monaco
cantino sotto la lampada
stille
nacht

Al mattino ci sarà sempre
qualcuno che accende
il forno crematorio

E io andrò
alla stazione a vedere
i treni partire.

O girerò per la notte
fino all'alba
a cercarmi un ciborio
per la mia
colazione.

(da "Lo scandalo della speranza")
Turoldo era esule in Svizzera, si trovava in uno dei suoi periodi turbolenti con l'autorità religiosa. È un Natale di solitudine il suo, ma anche di preghiera e riflessione.
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admin
yairbirds 6 years ago
NATALE
Napoli il 26 dicembre 1916

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata

Qui
non si sente
altro
che il caldo buono

Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.

(da “L’Allegria”, 1931)
admin
yairbirds 6 years ago
Ma è la vigilia di Natale. Se è passato il tempo in cui accadevano miracoli, ci è rimasto almeno un giorno magico in cui tutto può succedere.
JOSTEIN GAARDER
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