soltanto
5 ottobre di qualunque anno. (la mia famiglia, ed io, zingaro)
Leggendo a due voci il tuo diario.
Blu, la copertina lisa, le pagine strappate, la calligrafia perfetta.
Quella di chi andava a scuola tanto tempo fa ed era materia, era impegno.
Ci abbiamo messo un pò a parlarne, a parlarci.
Racconti di me, dei miei viaggi, del mio scappare.
Capisco ora, ne sorrido felice, ci siamo intesi senza dircelo,
in quella terra di mezzo, in prossimità di un confine.
Noi, questione di sorte, che siamo sempre andati un poco più in la.
Mi hai lasciato il dono di sentire le cose,
di respirarle e di sapere dove vanno a dormire le parole non dette.
Anche se a volte, sai, preferirei esser vento
e dormire nella semplicità vuota del silenzio.
Cambiare il desiderio in semplice voglia
e barattare le notti di amore in letti al mercato.
Ma abbiam già fatto tutto questo
e vissuto al limite, quel tanto che basta, per sapere
dove ci si perde e dove ci si ritrova.
Abbiamo scavato intorno ai recinti della notte
per tornare indietro all'ultimo momento.
Abbiamo scritto le parole che dovevano essere scritte
e chiuso nei cassetti quelle che nessuno leggerà.
Abbiamo spiato le nostre debolezze
e abbiamo trovato le vele per farne un viaggio.
Abbiamo chiuso nelle mani un pugno di terra e tre monete
per saperli chiamare casa. E appenderci i nostri quadri.
Ed ora, io che, lo sai, dimentico tutto e questo ho imparato,
questa cosa aiutami che non la voglio dimenticare
che sarebbe come dimenticare quello che so e sono.
Io, che faccio finta, ma non sento più niente
eppure mi meraviglio ancora
di una domenica qualunque
e di una stella che scivola lassù, di giorno.