
il libro dei sogni.
mi piacerebbe che il 2010 fosse l'anno dei desideri esauditi.
miei e vostri.
nel libro dei miei sogni ci leggo salute risate parole fotografie viaggi e un lungo abbraccio con i miei uomini.
e voi, nel vostro, cosa ci leggete?
un bacio a tutti voi,
amici flickeriani,
auguri dalla vostra
Lui
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Uploaded on Dec 31, 2009
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dei 'se' che si perdono e poi si ritrovano...
ci vuole coraggio a fare un libruncolo.
ancora di più a pubblicarlo.
ma il coraggio più coraggioso è quello di 'spararlo' pure su Flickr, così, come se niente fosse.
ma per chi c'era, l'anno scorso, qui su questo stream,
per chi se lo ricorda, il primo...
bè, ecco, con questo secondo libruncolo termino la stagione delle piccole storie, mi pareva giusto dirlo.
il 'se' ce lo eravamo perso,
adesso l'abbiamo ritrovato:
direi che il cerchio si è completato.
nel primo commento troverete il librucolo in piccolo:
se ci cliccate sopra andate dritti nella pagina della casa editrice.
e...
bé,
non è finito qui.
legate a questo 'se' ci saranno cose nuove.
ma queste sono altre storie, e neanche tanto piccole...
e ve le dirò quando sarà ora.
mi firmo, qui:
la vostra 'scrittorA'
Lui
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Uploaded on Dec 28, 2009
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dei panni sporchi delle donne perse.
la mattina del lunedì aveva preso la borsetta nera, dentro ci aveva messo il fazzoletto pulito la chiave di casa e due soldi,
aveva indossato il vestito della festa, nero e austero come quello di tutti i giorni, solo meno liso,
e si era avviata per dove doveva andare, col cuore che ballava il tango il valzer e pure il ciàciàcià, come lo chiamavano le nipoti, anche se lei non aveva mai fatto un passo di danza in tutta la sua vita.
ci aveva messo meno di venti minuti ad attraversare la città,
e per tutto il tempo i pensieri si erano accavallati uno sull'altro:
che una disgrazia così, povere nipoti,
povero fratello, ora orfane, ora vedovo, e i soldi non bastavano mai, e allora bisognava trovare da lavorare, in qualche modo, anche se era tempo gramo quello, e non c'era verso, ma dovevano mangiare, le bambine.
pregava anche, nel suo modo: Signore vedi te, che ne hai passate di tutti i colori, vedi te, ma quel lavoro mi serve, vedi te, come regolarti.
che aveva un rapporto diretto, lei, con quelli lassù, fatto di rispetto e amore, ma anche altro,
ché delle volte lei li sgridava, quelli lassù, per certe ingiustizie, però poi li perdonava:
sarebbe stato blasfemo, non fosse che lei applicava con tale cipiglio le regole della Chiesa che era difficile non darle ragione.
aveva attraversato la città pensando e pregando, fino a quando si era trovata davanti alla casa.
non ci aveva pensato più, da lì in poi:
aveva bussato, pugno chiuso contro legno,
aspettando ferma e dritta come un fuso, che le venissero ad aprire.
poi:
buongiorno, cercate una lavandaia?
sì.
l'avevano accompagnata sul retro, dove c'era una montagna di lenzuoli e asciugamani, tovaglie e altre cose, da lavare.
quando può cominciare? le avevano chiesto?
e lei già si stava tirando sù le maniche del vestito buono:
adesso.
avevano sorriso le donne che le avevano aperto,
poi erano rientrate per uscire ancora a portarle sapore bianco, profumato, una bottiglia di vino e dei soldi.
mi pagherete domani, aveva detto.
no, ti paghiamo subito, va bene così.
si era fermata tutta la giornata,
e il cuore aveva ripreso a ballare il ciàciàcià, ma dalla felicità, ché le donne erano gentili con lei, le portavano da mangiare, le chiedevano delle nipoti, la facevano ridere e le tenevano compagnia.
era tornata a casa con il vino e i soldi e una pagnotta bianca e profumata.
si era ripresentata al lavoro il mattino dopo, e quello dopo ancora e quello dopo ancora, per anni.
le chiacchiere erano nate il primo giorno di lavoro e dopo una settimana erano diventate così tante da arrivare a casa.
le nipoti la guardavano con occhi sgranati, il fratello non riusciva a guardarla in faccia, dalla vergogna.
allora lei aveva messo i soldi sul tavolo,
una nuova bottiglia di vino e si era seduta.
li aveva guardati tutti e aveva detto:
sono brave donne che nella vita hanno avuto sfortuna.
lavo i loro panni sporchi,
a lavare le loro anime ci penserà il Signore.
aveva continuato il suo lavoro di lavandaia, per anni.
e tante storie le erano arrivate alle orecchie,
e tante donne le avevano confidato le proprie pene,
e tante volte aveva guardato in cielo, Signore vedi un po' come aggiustare 'ste cose, che non vanno tanto bene,
e tante chiacchiere s'erano gonfiate e poi sgonfiate,
fino a quando era parso normale il suo lavoro e la gente aveva ripreso a salutarla per strada.
non tutta, ma lei non se ne curava.
quando,
da vecchia,
sentiva parlare male delle puttane,
lei faceva no con la testa, no, non è vero.
sono brave donne, solo che hanno avuto sfortuna, diceva.
e anche: di una puttana mi fiderei più di certe chiesarole, aggiungeva.
e sorrideva ricordando quando da giovane lavava i panni sporchi nel casino della città,
ascoltando i sogni di quelle ragazze truccate di rosso e nero,
che le portavano una bottiglia di vino, una pagnotta bianca e si facevano raccontare da lei come era la vita normale,
quella vita da lavandaia che avrebbero fatto anche loro,
ma erano perse, ormai,
perse, perse per sempre.
[ho scoperto, solo due giorni fa, che fra i mille lavori che la mia zia Giola ha fatto, c'è anche quella di lavandaia nel casino della città.
lei, che non si è mai sposata e mai ha avuto un uomo, lei e solo lei poteva sfidare così il perbenismo chiesarolo del tempo, e venirne fuori a testa alta.
se è possibile, sono ancora più fiera di lei.]
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Uploaded on Dec 28, 2009
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ma che bello il bordello.
a casa mia,
in questi giorni,
pare di essere in un bordello.
voglio dire:
tutto quel rosso,
e oro,
e lucine ammiccanti,
e.
dico bordello perché,
in un impeto di passion,
l'anno scorso devo avere rotto,
volontariamente,
tutti quei cazzabubboli attaccati alle lucine,
quei robi che facevano partire le canzoncine di natale,
presente no?
12 ore no-stop di 'gingolbel' e 'tuscendidallestelle' e 'oalberooalberoeternamenteverde'.
che sono carine,
le canzoncine natalizie.
i primi 2 minuti.
già al terzo minuto io divento come Paolino Paperino,
rossa in faccia,
urlante,
e con le piume ritte.
mica carino da vedersi,
a Natale.
quindi,
tolti i 'gingolbel', come li chiamo io,
rimane il rosso e l'oro e tutto quello sfavillamento di luci e candele,
molto,
molto,
molto bordello style.
che dal sacro al profano ci vuole niente:
tipo:
ci sono momenti,
a tavola,
in cui vedi la gente guardare con cupidigia il cappone,
poi senti guaiti che pure il cane rizza le orecchie,
e ti viene da pensare:
mi sa tanto che non era proprio questo il senso del Natale.
comunque la mia casa-bordello
è molto caruccia,
peccato solo che ci viviamo noi, dentro,
che in 15 secondi netti riusciamo a fare un casino totale.
che nel bordello il casino ci sta,
fa molto 'matrioska',
però poi voglio dire,
tocca a me pulire tutto.
vabbè.
insomma.
cose così.
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Uploaded on Dec 27, 2009
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auguri, vi scrivo.
Sotto la luce del lampadario, implacabile e definitiva, il suo viso era così pallido che faceva venire i brividi e la tristezza addosso.
Brividi e tristezza cacciati in malo modo da sorrisi forzati risate forzate occhi in cerca di altro da guardare parlate veloci di argomenti vari e quell’attenzione esasperata ed esasperante nel cercare tutto ciò che non avesse dentro parole come malattia dolore sano insano morte.
Lei li guardava sorridendo, gli occhi sempre più infossati, sono stanca, sto bene sono solo un po’ stanca.
Si appoggiava allora allo schienale della sedia, vuoi riposarti andare sul letto stenderti come ti senti ti aiuto ad alzarti prendi un cuscino! hai bisogno di qualcosa?, no, sono solo un po’ stanca, mentre il pallore del viso diventava sempre più spaventoso e ai brividi e alla tristezza si aggiungeva uno sconforto totale.
Si guardavano l’un l’altro, gli altri, cosa facciamo? Poi mi guardavano, cosa facciamo? Ché io dovevo avere la risposta, in qualche modo si aspettavano che avessi la risposta e l’unica che mi veniva era: non lo so, ma tutti si aspettavano una risposta, lei più di ogni altro si aspettava una risposta da me e solo da me e allora: mi siedo un po’ sul divano, mamma vieni anche tu.
E la prendevo piano, la alzavo, con mille passi da formica attraversavamo il metro che andava dalla tavola al divano, e finalmente lei poteva lasciarsi andare, gli occhi chiusi, la testa appoggiata sulla mia spalla.
Le accarezzavo il viso, gli altri fuggivano via con lo sguardo, nascondevano dolore ansia paura nelle faccende, toglievano piatti, prendevano una bottiglia di vino, i bambini capivano che c’era qualcosa di brutto, cuccioli istintivi, così annusavano l’aria e venivano vicino a noi, stai male, muori?
Sussultavano gli altri, ridevo io.
Ridevo.
E lei allungava le labbra le stirava poi un sussulto leggero le alzava il petto, rideva.
No, non muore prima del panettone, vero mamma?
No, non muoio prima del panettone.
E neanche prima del caffè.
No, neanche prima del caffè.
Facciamo che non muori prima di un po’.
Non muoio prima di un po’.
I bambini allora ridevano, non muori prima di un po’, noi ridevamo con loro, gli altri ci guardavano, cosa dobbiamo fare, cosa dobbiamo dire?
Sulle sue guance un leggero rossore, sto meglio.
Allora cominciavo a raccontare di quando quel giorno e quell’altro e ti ricordi quando e quella volta che, e ridevo, lei rideva, gli occhi aperti finalmente, gli altri ridevano, liberi finalmente, poi uno dei bambini, cucciolo istintivo, aveva cominciato a battere le mani, è Natale è Natale, qualcuno aveva aperto lo spumante, un botto le urla delle donne, le risate, auguri, buon Natale, buon Natale.
Mi ero alzata a prenderle un bicchiere, dall’altra parte della stanza l’avevo guardata.
Aveva intorno sorelle nipoti i bambini le stavano sulle gambe, lei guardava me.
Aveva alzato la mano, l’aveva portata alla bocca a prendere un bacio.
Io le avevo sorriso e avevo alzato la mano, l’avevo portata alla bocca a prendere un bacio.
I suoi occhi mi dicevano cose che non volevo ascoltare,
i miei le rispondevano con una speranza che era assurda come quella giornata.
Poi era finito il giorno e con la sera eravamo tornati a casa,
poi era finito l’anno,
poi era finito il suo tempo,
poi era finito.
Ieri un amico mi ha scritto: sono triste, è tutto perfetto qui, ma sono triste, ché le cose sono cambiate intorno a me, e oggi vorrei il mio passato, anche se era imperfetto.
Gli ho risposto: è il Natale, che si nutre di ricordi e ce li vomita addosso, non è capace di vivere di presente, non è una festa del futuro.
E’ il Natale, mi sono detta, che porta in casa le persone che non ci sono più, le fa sedere intorno alla nostra tavola imbandita e vorremmo solo poterle abbracciare, solo quello.
Alziamo il calice, invece, auguri, diciamo forte, mi manchi, diciamo piano.
E’ il Natale, scrivo al mio amico, che ci fa guardare indietro, mentre la vita ci prende per la manica e ci tira avanti.
Auguri, mi scrive l’amico, auguri, scrivo all’amico.
Auguri, vi scrivo.
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Uploaded on Dec 24, 2009
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