Don Bosco ritorna

Don Bosco ritorna

Il 31 gennaio prossimo si celebrerà la festa di don Bosco presso la Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino.
Siamo tutti invitati, chi può fisicamente e chi è lontano, con lo spirito di preghiera che in fondo all'anima ognuno custodisce.

Giù dai colli un dì lontano

con la sola madre accanto

tu scendesti verso il piano

dei tuoi sogni al dolce incanto.

Oggi, o Padre, non più solo

per le strade passi ancora,

dei tuoi figli immenso stuolo

con gran giubilo t’onoran.

Don Bosco ritorna tra i giovani ancor

ti chiaman frementi di gioia e d’amor. (2)

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Uploaded on Jan 23, 2012

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22 Gennaio a Giaglione

22 Gennaio a Giaglione

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Uploaded on Jan 22, 2012

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San Vincenzo

San Vincenzo

Un diacono così, ora che il diaconato è tornato “di moda” nella Chiesa, ogni vescovo se lo sognerebbe. Perché, si sa, non tutti i vescovi sono degli oratori nati e quello di Saragozza, Valerio, è per giunta balbuziente. Trovare in Vincenzo un diacono ben equipaggiato culturalmente, dotato nella parola, generoso e coraggioso è per lui un vero colpo di fortuna.

Oggi San Vincenzo è il martire più popolare della Spagna, ma doveva già esserlo 1700 anni fa se ben tre città, Valencia, Saragozza e Huesca, si contendono l’onere di avergli dato i natali. In questa disputa noi non vogliamo entrare, limitandoci ai dati essenziali che ci vengono forniti dagli Atti del suo martirio, che avviene durante la persecuzione di Diocleziano. Nel clima di terrore che si instaura e che vede la distruzione degli edifici e degli arredi sacri, la destituzione dei cristiani che ricoprono cariche pubbliche, l’obbligo per tutti di sacrificare agli dei, il vescovo Valerio e il diacono Vincenzo continuano imperterriti nell’annuncio del Vangelo: formano un connubio indissolubile, nel quale il primo con la sua presenza e con l’autorità che gli deriva dal ministero episcopale si fa garante di quello che il secondo annuncia con forza, convinzione e facilità di parola. Così il governatore di Valencia, Daciano, li fa arrestare entrambi, ma quando se li trova davanti capisce che il vero nemico da combattere è il diacono Vincenzo.

Manda così il vescovo in esilio e concentra tutte le sue arti persecutorie su Vincenzo, che oltre ad essere un gran oratore è anche un uomo che non si piega facilmente. Lo dice in faccia al governatore: “Vi stancherete prima voi a tormentarci che noi a soffrire”, e questo manda in bestia il persecutore, che vede così anche messa in crisi la sua autorità e il suo prestigio. Perché Vincenzo è una di quelle persone che si spezzano ma non si piegano: prima lo fa fustigare e torturare; poi lo condanna alla pena del cavalletto, da cui esce con le ossa slogate; infine lo fa arpionare con uncini di ferro.

Così tumefatto e slogato lo fa gettare in una cella buia, interamente cosparsa di cocci taglienti, ma la testimonianza di Vincenzo continua ad essere limpida e ferma: “Tu mi fai proprio un servizio da amico, perché ho sempre desiderato suggellare con il sangue la mia fede in Cristo. Vi è un altro in me che soffre, ma che tu non potrai mai piegare. Questo che ti affatichi a distruggere con le torture è un debole vaso di argilla che deve ad ogni modo spezzarsi. Non riuscirai mai a lacerare quello che resta dentro e che domani sarà il tuo giudice”. Lo sentono addirittura, anche così piagato, cantare dalla cella e Daciano si rende conto che quella è una voce da far zittire in fretta, visto che qualcuno si è già convertito vedendolo così forte nella fede. Muore il 22 gennaio dell’anno 304 ed anche per sbarazzarsi del cadavere Daciano deve sudare: gettato in pasto alle bestie selvatiche, il suo corpo viene alacramente difeso da un corvo; gettato nel fiume, legato in un sacco insieme ad un grosso macigno, il suo corpo galleggia e torna a riva, dove finalmente i cristiani lo raccolgono per dargli onorata sepoltura. Da una delle omelie che Sant’Agostino ogni anno, il 22 gennaio, dedicava al martire Vincenzo ricaviamo questo pensiero: “il diacono Vincenzo….. aveva coraggio nel parlare, aveva forza nel soffrire. Nessuno presuma di se stesso quando parla. Nessuno confidi nelle sue forze quando sopporta una tentazione, perché, per parlare bene, la sapienza viene da Dio e, per sopportare i mali, da lui viene la fortezza”.

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Uploaded on Jan 22, 2012

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La percora 72

La percora 72

Sono la pecora numero settantadue.
Lo so con certezza perché questo è il numero dipinto con la vernice sul mio posteriore. Per facilitarsi il compito di contare le pecore, il pastore ha scritto un numero sul dorso di ogni pecora. Così so anche che siamo in cento. La numero cento è una pecora che stilla boria da ogni ricciolo di lana. Credo abbia il numero cento solo perché è quella con il di dietro più grosso. Ma io sono la settantadue. Significa che non sono tra le prime quando il gregge si muove, né sono tra le ultime. Sto in mezzo, affogata nella mediocrità assoluta. In realtà non sono nessuno. Sono sfruttata, come le altre: mi portano via la lana, il latte e anche gli agnellini. Sono un animale. Servo a produrre e basta. Ho lo stesso valore dello steccato dell’ovile. Nessuno si accorge davvero di me. Per questo ho deciso di sparire. Me ne sono andata di notte. Prima che il pastore se ne rendesse conto, ero lontana.

In quei primi momenti ero ubriaca di felicità. Saltellavo tra le rocce, mangiavo solo l’erba più tenera, dove volevo e quando volevo, bevevo ai ruscelli quando mi pareva, riposavo all’ombra quando ne avevo voglia. Lana, latte, agnellini tutto sarebbe stato mio. Io esistevo, finalmente! Per due notti solo le stelle hanno vegliato il mio sonno. Che bisogno c’è di un pastore? Ma questa sera l’ho sentito. Ho sentito la sua presenza, il suo odore, il tonfo felpato dei suoi passi. Il lupo è qui vicino. Mi sono rannicchiata tra questi due massi. Non riuscirei a scappare. Non so correre. Gli occhi del lupo brillano più delle stelle e la sua lingua fiammeggia tra le zanne scintillanti. Tra poco sarà finita. Ma… Due mani callose mi strappano al mio miserabile rifugio, due grosse mani d’uomo che conosco bene.

Il pastore è venuto! È venuto proprio per me! «Torniamo a casa. Mi sei mancata, Settantadue!».

di Bruno Ferrero

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Uploaded on Jan 21, 2012

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San Antonio Abate a Visignano

San Antonio Abate a Visignano

Chiesa di S. Antonio Abate

Antonio De Colle fa risalire la costruzione intorno al 1320, Antonio Alisi al principio del '400.

All'interno è presente una statua lignea, policroma che raffigura S. Antonio Abate seduto.
La facciata presenta la porta con cornice ogivale ed il campanile a vela, con due fori.

Nell'interno è intatta la volta ad ogiva con parete di fondo piana, simile alla coeva Madonna della Neve di Pirano, solamente che in questa di Visignano si sono conservati in parte gli affreschi presso l'altare, quattrocenteschi. Il resto è ridipinto nel 1565 con le storie di S. Antonio Abate dal pittore udinese Domenico Pozzoni, abitante a Dignano.

Dinanzi all'altare scorgesi una piccola lapide sepolcrale con questa scritta contenente le iniziali del defunto, che doveva essere il gastaldo dell'omonima Confraternita:

1604

M.M.

G.

Secondo la tradizione, la messa viene celebrata ogni anno il 17 gennaio.

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Uploaded on Jan 17, 2012

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