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Di seguito un estratto da un articolo di EMILIO CECCHI (Firenze 1884 - Roma 1966). L'articolo fa parte dell'omonima raccolta "Pesci rossi", costituita da una ventina di elzeviri composti tra il 1916 e il 1920.
PESCI ROSSI
"I pesci rossi nella palla di vetro nuotavano con uno slancio, un gusto di inflessioni del loro corpo sodo, una varietà d'accostamenti a pinne tese; come se venissero liberi per un grande spazio. Erano prigionieri. Ma s'erano portati dietro in prigione l'infinito. Il più straordinario però era questo: soltanto visti di profilo erano pesci veri e propri. A parte la gradevole pazzia del loro colore, visti di profilo erano assolutamente pesci soliti, di forma familiare, come i pesci del miracolo dei sette pani, o come quelli che ognuno la domenica può tirar su da un argine con l'amo o con la rete.
Quando davano un colpo di coda, un guizzo e si mettevano di fronte, la cosa cambiava. La loro faccia dalla grande bocca arcuata diventava sotto la fronte montuosa una maschera rossa di malinconia impersonale e disumana. Posata ai lati sulle branchie, come su un motivo di decorazione, pareva resa anche più astratta dalla fissità dei grandi occhi neri cerchiati d'oro.
Di profilo erano piccole triglie e sardelle purpuree. Di faccia erano vecchi mostri arcigni dell'epoca dei Han; draghi millenari imbronciati. Di profilo evocavano canneti e graziose scogliere. Ma di faccia pareva venissero fuori da un panorama amorfo, da un oceano pacifico e velato, e la loro palla d'acqua diventava semplicemente l'acqua. E così le parti del mondo principiarono anche per me ad essere qualcosa più d'una distinzione geografica, a contenere una metafisica, una teologia. Cominciai a orientarmi in quell'enigma che è l'Oriente. Era la prima esperienza in materia, a banco di pasticcere, aspettando un caffè. Ma io non ho mai badato a' luoghi quando si trattava di accrescere la mia coltura.
Da allora, in fatto d'Oriente, d'arte orientale, di coltura orientale, ho saputo dove metter le mani. Tutte le volte che sopra un mobile di lacca vedevo un pingue ed elegante cavallo di bronzo, con la criniera a treccine e la coda come un grappolo d'api, sapevo che bastava mi spostassi di pochi palmi e questo cavallo si trasformava in una truce chimera. Tutte le volte che una poesia dell'antica Cina o del nuovo Giappone mi trasportava nell'atmosfera del più insospettabile idillio, sapevo che bastava guardassi un po' meglio e fra l'erba del prato idillico avrei visto luccicare la coda d'un drago, e fra i rami dell'arbusto il viso argenteo di uno spettro.
[...]
E vorrei dire, sommariamente, che quasi sempre dove un europeo mette il sublime, un orientale mette il mostruoso. E dove un europeo esprime la confidenza e l'amore, un orientale esprime il sogno e lo stupore. Cioè, ancora e sempre, il solito punto: che per noi la fantasia e il sogno hanno da essere soprattutto credibili, organici, penetrabili, abitabili, e si direbbe comuni. E per quest'altri hanno da essere, soprattutto, remoti e strani. E che per noi una cosa è lirica quanto più somiglia a se stessa. È per questi altri, invece, quanto più esce di se stessa. Nella più esaltata architettura europea, e pigliate il gotico, il barocco e magari lo stile del monumento di Lipsia , una porta rimane sempre, essenzialmente una porta. Ma le classiche porte del santuario di Nikko? Saranno incudini, saranno cappelli, saranno budini. Ma porte, via! Concludete che una porta nostrana cerca sempre di far capire che lì è fatto per passarci, mentre una porta orientale cerca in ogni modo di distogliere la mente da ogni idea di passaggio. Che un capitello europeo si sente in obbligo di garantire, possibilmente con stile, almeno con eleganza, che ciò ch'esso sostiene non cascherà in capo a nessuno. Ma un capitello di Nikko rappresenta più un crollo di linee che un sostegno; e più che alla stabilità della terra serve a far credere al terremoto".