Chiesa San Francesco @Cuneo

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Mole Antonelliana @Torino

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La Mole Antonelliana è il monumento simbolo della città di Torino. Situata nel centro storico di Torino, a ridosso del quartiere Vanchiglia, prende il nome dall'architetto che la costruì, Alessandro Antonelli. Raggiunge un'altezza di 167 metri, perciò è attualmente l'edificio più elevato di Torino ed è stata per lungo tempo la struttura in muratura più alta d'Europa. Nel secolo scorso però importanti ristrutturazioni hanno rinforzato il tamburo con molti pilastri di cemento armato, mentre la guglia, in seguito al crollo del 23 maggio 1953, è stata rinforzata con travi di acciaio, per cui la Mole Antonelliana non può più considerarsi una struttura esclusivamente in muratura.

Nella Mole ha sede il Museo Nazionale del Cinema, che nel 2008 è stato visitato da 532.196 persone, risultando così uno dei musei più visitati d'Italia.
La massiccia parte inferiore è costruita in muratura ed è a base quadrata; sopra di essa si innalza una cupola. Il guscio della cupola, che ne rappresenta anche lo schema strutturale, è formato da due muri sottili (12 cm di spessore) separati tra di loro da una distanza di 2 metri.

All'ingresso della struttura vi è un pronao a colonne, mentre al di sopra della cupola vi sono un piano aggiuntivo colonnato (il cosiddetto "Tempietto") e una guglia rinforzata internamente in acciaio assai sviluppata in altezza.

Il cosiddetto "Tempietto" (a circa metà altezza, a quota 85,24 m) è raggiungibile mediante un ascensore che risale al centro la cupola della Mole, dando ai visitatori una panoramica interna a 360 gradi.

Il primo ascensore all'esterno della Mole fu costruito nel 1964. Nel 1987 fu costruito un secondo impianto che fu attivo fino al 1996, quando la Mole venne ripensata come sede permanente del Museo Nazionale del Cinema. L'attuale ascensore panoramico, gestito dalla GTT ed entrato in funzione nel luglio del 2000, è dotato di pareti laterali totalmente trasparenti in cristallo di sicurezza ed è sollevato mediante 4 funi in acciaio che scorrono su delle guide le quali garantiscono l'assenza di oscillazioni durante la risalita. La corsa della cabina si compie in circa 1 minuto, alla velocità di circa 54 km/h (1,5 m/s).

La costruzione della Mole iniziò nel 1863, nel luogo dove sorgeva uno dei bastioni costituenti le mura della città poi demolite per ordine di Napoleone Bonaparte ad inizio Ottocento.
Originariamente doveva essere una sinagoga: infatti era appena stata concessa da Carlo Alberto la libertà ufficiale di culto alle religioni non cattoliche e la comunità ebraica voleva costruire un tempio con annessa una scuola.

La scelta di Antonelli come architetto si rivelò infelice per la comunità ebraica, perché propose una serie di modifiche che avrebbero innalzato la costruzione a 113 metri, ben oltre i 47 metri originari per la cupola. Tali modifiche, l'allungamento dei tempi di costruzione e i maggiori costi, risultarono sgraditi alla comunità ebraica che nel 1869, per mancanza di fondi, fece terminare i lavori con un tetto provvisorio.

Nel 1873 venne alla fine fatto uno scambio con la città di Torino, che diede loro un altro terreno per costruire l'attuale sinagoga e si prese in carico la Mole da terminare, che sarebbe stata dedicata al re Vittorio Emanuele II.

Antonelli riprese la costruzione, con una serie di modifiche in corso d'opera che portarono l'altezza complessiva a 146, 163,35 e infine 167,5 metri (con l'aggiunta in cima della statua del "genio alato" alta 4 m), facendola diventare l'edificio in muratura più alto d'Europa e del mondo. Perse questo primato il 23 maggio 1953, quando la guglia originaria crollò e il titolo passò quindi ad un'altra opera antonelliana, la cupola della Basilica di San Gaudenzio a Novara.

Antonelli lavorò alla Mole fino alla morte: era diventata leggendaria quella sorta di rudimentale ascensore azionato da una carrucola che portava il quasi novantenne architetto a diverse decine di metri d'altezza per verificare personalmente lo stato dei lavori. Antonelli non vide però il completamento della costruzione: la Mole fu infatti inaugurata nel 1889, ad un anno dalla sua morte, come sede del Museo del Risorgimento. Fu però portata a termine dal figlio Costanzo coadiuvato fino all'anno 1900 dall'allievo del padre Crescentino Caselli, mentre l'architetto Annibale Rigotti decorò gli interni tra il 1905 e il 1908.

La Mole fu, tra l'altro, una delle prime costruzioni a venire illuminata mediante piccole fiammelle di gas cittadino sul finire del XIX secolo.

Nel 1961, ultimata la ricostruzione della guglia, il progetto di illuminazione fu realizzato dall'ing. Guido Chiarelli, nell'ambito delle celebrazioni per il centenario dell'Unità d'Italia.

Una volta trasferito il Museo del Risorgimento a Palazzo Carignano, tra gli anni 1960 e gli anni 1990 la Mole è stata usata prevalentemente come "balcone sulla città" grazie all'ascensore, oltre che per mostre estemporanee. L'interesse della città sembrò diminuire in assenza di una collocazione definitiva per la struttura.

Dopo 4 anni 1996-2000 di chiusura per ristrutturazione, necessari a rinnovare l'ascensore e ad eliminare parte degli archi di supporto in cemento, la Mole è diventata sede permanente del Museo nazionale del Cinema, che ospita macchine ottiche pre-cinematografiche lanterne magiche, pezzi provenienti dai set cinematografici dei primi film italiani ed altri, in un allestimento suggestivo.

Dal 1998, in occasione della ridefinizione dell'illuminazione esterna e della nascita della manifestazione "Luci d'Artista", sul fianco della cupola si può vedere un'installazione di Mario Merz, Il volo dei numeri, con l'inizio della successione di Fibonacci che s'innalza verso il cielo.

Sin dalla sua costruzione l'opera ha sofferto di problemi strutturali, data la dimensione areale relativamente ridotta della base e il notevole peso che doveva sopportare. Il terreno su cui sorge era, come detto, luogo di uno dei bastioni costituenti le mura della città: tali mura furono demolite per ordine di Napoleone Bonaparte ad inizio Ottocento. Durante la sua costruzione, il terremoto del 23 febbraio 1887 fece emergere proprio questo problema strutturale e perciò costrinse a modificare il progetto per consentire al terreno di completare senza danni il processo di consolidamento sotto carico. Queste modifiche, decise dall'Antonelli stesso, consistevano in un intelligente sistema di catene di contenimento, tiranti in ferro e intreccio di archi in mattoni; si trattava in pratica di un significativo rinforzo strutturale ottenuto con accorgimenti tecnici che pesavano molto poco, gravando in modo trascurabile sulla struttura.

La statua del "genio alato" collocato sulla punta del monumento venne abbattuta da un fulmine durante il nubifragio dell'11 agosto 1904, rimanendo prodigiosamente in bilico sul terrazzino sottostante nonostante le sue tre tonnellate; fu poi sostituito da una stella a cinque punte di più di quattro metri di diametro ad opera di Ernesto Ghiotti, ingegnere capo dei lavori pubblici del Comune di Torino. La statua del genio si può ancora vedere all'interno della Mole e viene regolarmente scambiata per quella di un angelo.

Durante la seconda guerra mondiale la Mole scampò miracolosamente ai danni dei bombardamenti, specialmente quelli del 6 dicembre del 1942, che colpirono molti obiettivi militari nella vicina Via Verdi e distrussero l'antistante sede dell'Auditorium Rai: il Teatro di Torino.
Il 23 maggio 1953 alle ore 19:25 un altro violentissimo nubifragio, accompagnato da una tromba d'aria, fece precipitare ben 47 metri della guglia nel piccolo giardino della RAI sottostante e ancora prodigiosamente senza provocare danni alle persone; fu poi ricostruita e conclusa il 31 gennaio del 1961 non più in muratura, ma con una struttura interna metallica rivestita di pietra, portandone l'altezza complessiva a 165,5m.

Durante i lavori di consolidamento si era deciso di stabilizzarne l'interno con enormi archi di cemento, che però snaturavano completamente l'interno dando uno sgradevole senso di claustrofobia; tra l'altro si erano levate anche voci critiche, che temevano che la troppa rigidità data alla struttura con questa cementificazione risultasse addirittura dannosa, riducendone la possibilità di oscillazioni elastiche ed avendo secondo alcuni influito sul crollo della guglia nel 1953, a causa della modifica delle risposte dinamiche alle sollecitazioni esterne subite dalla costruzione.

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dettaglio finestre @Torino

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scia aereo @Torino

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Portopalo di Capo Passero

Portopalo di Capo Passero

La cittadina dista 58 chilometri da Siracusa ed è il comune più a sud dell'isola siciliana (al di sotto del parallelo di Tunisi). Del suo territorio fa parte l'isola di Capo Passero a poche decine di metri dalla terraferma e l'isola delle Correnti a pochi chilometri. È un centro prevalentemente agricolo e marinaro e proprio su queste attività fonda le sue fortune economiche. Il paesino è bagnato dai due mari: lo Jonio e il Mediterraneo.

Sullo Jonio sorgeva un tempo il piccolo porto dove sono ancora presenti, anche se ormai quasi cadenti, le casette dei pescatori. Verso est si staglia l'isola di Capo Passero dove si erge la fortezza spagnola sovrastata da una imponente statua bronzea della madonna.

Il territorio che oggi comprende Portopalo era abitato sin dall'antichità. Il villaggio è stato denominato in vari modi: inizialmente Capo Pachino, in seguito Terra Nobile ed infine Porto Palo. Il fondatore di Portopalo è don Gaetano Deodato Moncada, che se ne interessò fin dal 1778 e che nel 1792 fece edificare a sue spese un centinaio di case intorno alla tonnara. Il primo nucleo urbano era composto da circa 300 persone, tra contadini, pastori e pescatori.
Fino al 1812, quando fu abolita la feudalità, Portopalo fu villaggio suburbio di Noto. Passò poi sotto il decurionato di Pachino, finché nel 1974 non divenne comune autonomo. L'autonomia del paese, che intanto aveva assunto il nome completo di Portopalo di Capo Passero, fu approvata in sede di Assemblea regionale, con legge regionale n.1 del 01-03-1975.
Nel 1936, come risulta dal censimento, era abitato da 1.710 persone, sistemati in piccole abitazioni lungo la via Vittorio Emanuele, e si presentava come un tranquillo borgo di campagna. La maggior parte delle case erano bianche e screpolate dal sole e dalla salsedine. In quasi tutte era presente un piccolo spazio ('u bagghiu) adibito a stalla, dove era anche possibile coltivare un piccolo orto.
In paese non esisteva una rete idrica che fornisse acqua alle abitazioni: le donne erano quindi costrette, per lavare i panni, a recarsi al pozzo comunale presso il castello Bruno di Belmonte (ora Tafuri). La vita dei portopalesi si consumava di giorno nei campi e di sera al mare, al cianciolo, per arrotondare le entrate.

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