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C’è stato un tempo, il tempo di Robert Capa e Lee Miller, in cui i fotoreporter viaggiavano con l’esercito, e coraggiosamente testimoniavano la verità dell’orrore, ora in prima linea, fotografando i soldati e la loro disperata paura, ora nelle retrovie, fotografando chi della guerra finisce sempre per soffrire la parte peggiore, i civili.
Adesso di fotoreporter di guerra ce ne sono sempre meno, perché l’esercito vuole tenersi per sé i propri segreti, e la propria crudeltà, e se giornalisti ci sono essi sono embedded ovvero, quasi impiegati statali, riescono – sono tenuti – a raccontare solo ciò che si vuole che si sappia.
Ma tuttavia, a volte, la Verità, con un colpo di coda, riesce a farsi largo lo stesso, attraverso la stupidità umana: ricorda le foto di Abu Ghraib, scattate per gioco, ma così paurosamente vere.
Poi ci sono i fotoreporter freelance, quelli che vanno sul posto per documentare ciò che accade, scattano e nei nostri occhi, grazie a loro, entra un istante, terribile, di realtà. Essi viaggiano da soli, non sono al servizio di nessuno, se non di qualche agenzia di stampa, stampa libera, si spera.
Il loro è un mestiere pericoloso, eppure il più delle volte non vestono protezioni, se non un giubbetto con su scritto “press”, e tanti per questo sono rimasti uccisi, o feriti, in scenari di guerra. Perché se non ti avvicini abbastanza, le tue foto non saranno mai belle abbastanza.
Gli eserciti non si fanno più tanti scrupoli ad ammazzarli, e anche se ci sarà eco mediatica che importa, questa eco sembra non valere nulla agli occhi di certi potenti; e allora, ancora una volta, ci si chiede in che mondo stiamo vivendo se possono ancora accadere fatti del genere.
Addio Kenji Nagai, morto con il dito sul pulsante dello scatto e i sandali ai piedi.
Ti sia lieve la terra.
Posted at 8:49AM, 28 September 2007 PDT
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